giovedì 12 agosto 2010

La montagna e l'uomo




Da sempre è un rapporto complicato quello che lega l'uomo e la montagna. Non so perchè io fin da piccolo ho identificato in essa il pilastro della mia esistenza. Ci sono delle montagne che considero come delle vecchie zie eleganti, tenebrose, ma mai troppo severe.
L'uomo le ha scalate, abitate, scavate e fotografate ma forse non le ha mai capite e ancora oggi qualche volta se ne sentono le conseguenze nelle notizie al telegiornale.
L'altro giorno sono salito su fino alla punta del Becco, passando dal Cucco e dal Cimone, in cresta.
Scalare una montagna è per me paragonabile alla difficoltà di amare una persona, alcune sono semplici e istintive, altre devi saper vincere le tue paure, nel mio caso quella del vuoto, per provare emozioni uniche ed irripetibili.
Il mio amico Franco sostiene che la montagna costituisca riparo per l'uomo. Senza ombra di dubbio, ma mentre salivo pensavo a quante volte in 26 anni i miei occhi hanno guardato quelle cime ricoprirsi di neve e poi lasciare spazio alla primavera, quante volte mi sono chiesto come fosse lassù ed ecco che dalle nuvole, passo dopo passo ci sono. In un attimo e per un solo istante il cielo si pulisce e appare la Valle sotto ai miei piedi. La testa quasi mi gira e il cuore batte fino a salire in gola. Che spettacolo unico, sono arrivato fino a qui e ho vinto le mie debolezze. Mi siedo e penso a quanto siamo piccoli rispetto all'immensità che ci circonda e allo stesso tempo a quanto riusciamo ad essere dannosi ed indigesti per questo pianeta meraviglioso. Il tempo passa e la paura sembra lasciare il posto alla sicurezza, a quel sentirmi a casa che mi accompagna da sempre in questo viaggio che è la vita. Sono qui sulle "mie" montagne e da qui vedo i luoghi del passato, la valle, i giochi di bambino, i nonni che mi hanno saputo far diventare grande affidandomi a queste pietre che non mi hanno mai tradito, deluso... loro no. Ho imparato tanto quassù e oggi sono andato ancora più in alto, più vicino o più lontano? dipende dal riferimento.
In un attimo il cielo si chiude: "fine dello spettacolo", sembra dirmi la montagna, "hai visto abbastanza, ora vai a casa e non ti dimenticare di questa prospettiva."
Scendo piano piano con lo stesso rispetto che c'è fra un domatore ed un leone e cascina dopo cascina abbandonata penso perchè siete andati via? perchè laggiù? Tornate qui, qui con me e ripartiamo insieme a costruire qualcosa per cui valga la pena vivere davvero, qualcosa che se un giorno qualcuno dovesse chiedermi: "Perchè hai vissuto?" io possa rispondere fiero qualcosa di concreto.
La discesa è veloce, in un attimo la cima è fra le nubi e guardo con invidia quelle pietre in cresta che sono sempre lassù, non si muovono e immutate ai miei occhi, anno dopo anno, secolo dopo secolo, assistono impassibili ma lontane al macabro spettacolo che gli si prospetta davanti e forse, nelsilenzio della montagna, ridono di noi.

sabato 7 agosto 2010

Parole come gocce...in forma di rosa.

L'altro giorno, giovedi, siamo stati omaggiati della visita dell'amico Alessandro, assieme al quale abbiamo trascorso alcune ore intense, piacevoli, utili.

Oggi ho letto le sue righe. Ne sono avido, e mi sembrano poche. Ma ci hanno toccato il cuore, intendo i sentimenti e l'intelletto (che non è l'intelligenza, e non perche Ale non sia persona giovane ma profonda, intelligente, anzi, ma mi riferisco semplicemente ad una diversa facoltà dello spirito). Parole come gocce che devo leggere e rileggere, se le assimilo temo di assorbirle, temo che mi scompaiano dalla vista, come gocce di pioggia che il deserto riceve. Le respinge per potersele centellinare meglio, col tempo. Parole che corrono come unità viventi e separate.


La giornata è stata di sole, quel bel tempo estivo che però, almeno qui in montagna sul Tracciolino, già lascia capire che stiamo andando verso l'autunno. Il sole è caldo, allo zenit, brucia, ma l'aria sotto sotto filtra che entra e fa capire che una magliettina comincia ad esser poco. Se hai i calzoni corti, come quelli che indossava Alessandro, già poco adatti a proteggere contro insetti e rovi, ben presto accusi il freddo. Pensi ai tuoi connazionali in fila sulle autostrade dal caldo asfalto all'affannosa ricerca del miraggio del ristoro marittimo, il mordi e fuggi dei week-end (perdonatemi il barbarismo, sbarcato anch'esso con gli 'Alleati' ad Anzio, ma la mia idea di autarchia non mi consente di avvitarmi su impuntature linguistiche) o una o due settimane di ferie rituali a metà agosto, quanto si può permettere oggi una famiglia che arranca tra mille difficoltà finanziarie per conquistarsi un brandello superstite di normalità in un mondo massificato che ogni giorno sprofonda sempre più.
Alessandro è una di quelle persone con cui puoi parlare dando tutto questo per scontato. Ci si colloca già su un piano di intesa, che col tempo l'amicizia imbandisce convivialmente ad ogni incontro. Una di quelle persone con cui non hai timore alcuno di parlare. Bussa e sarai accolto, comunque. Non di quelle che ben sai che arretreranno affrante e, dentro di te, nasce l'impressione, che poi si conferma in certezza, che non le rivedrai mai più. Lui non è un amico 'per modo di dire'.
Ed infatti abbiamo parlato tutto il pomeriggio e la sera. Quasi provati alla fine, ma felici. Un po 'di tutto abbiamo parlato. E non sono cose da coprirsi con 'segreto istruttorio'. Anzi andrebbero comunicate, condivise o meno.
Non intendo darne un resoconto. Non sarebbe neppure molto facile da farsi. Ma sarebbe anche sciocco farlo. Ci sono momenti alti, e momenti in cui il ritmo sincopato si distende. Il grande fiume delle parole percorre anse placide, maestose magari, comunque riposanti. Altre volte si fa travolgente e opaco, non facilmente comprensibile, anche per noi stessi che vi parteciapiamo, come fosse appena raccolto dallo sgocciolamento di un nevaio.
Abbiamo preso le capre e siamo andati in giro per i prati e il bosco retrostante la casa. Frequenti le soste, incalzati dal fresco serotino e settembrino.
Abbiamo mangiato uova del nostro pollaio con fagiolini dell'orto. L'odore dei conigli non lo ha fatto arretrare, neppure sotto minaccia dell'allergia da pelo. Anzi. Sapori e odori di fieno e di stalla, come dice, lo hanno fatto viaggiare nel tempo, all'infanzia, verso le cose credute perdute ed invece ritrovate, o ritrovabili.
Abbiamo parlato di cose essenziali. Come lasciare una Traccia del nostro peregrinare sulla terra., che gli dia un senso. Anche una piccola traccia, non è solo un gioco di parole, un Tracciolino. Non nei figli. Non nella Storia. Una lieve traccia, come gocce di pioggia sulla rosa che amano confluire nella Tradizione, che è il contrario della Storia. Questa si che è degna di quello che scrive: "Qui tutto è gerarchicamente ordinato e funzionante, nessuno scricchiolio o incertezza, un meccanismo oliato che funziona ininterrottamente da sempre, dal principio." Ovviamente, così non è, qui sul Tracciolino, per noi rifugiatisi in montagna a meditare sul dafarsi . Ale si è lasciato trasportare dall'entusiasmo. Ma l'aspirazione, come ispirazione, è quella giusta, precisa come un fendente di un esperto samurai.
Parole che narravano il desiderio di contenere, circoscrivere gli effetti del Tempo, come preparare la strada a tempi migliori Fuori dal Tempo. Tradendo Kristo, hanno investito sul futuro, sulle scadenze, sui ratings. Scommesse empie. E' col denaro che si è potuto inventare la trappola mortale degli interessi, dell'usura. Offesa alla divina bontà. Trappola in cui è caduta la cristianità, o con l'astuta trama paolina ha intessuta, e tramite suo l'Occidente e forse il mondo, che su queste direttrici perverse va allineandosi.
Proprio in questi giorni, parecchi sono stati i morti in una miniera aurifera, nella Cina comunista, le autorità hanno fatto sapere che il "proprietario" (in una dittatura comunista?) è stato arrestato. Giustizia è fatta. E democrazia trionfa.
Le nostre parole veleggiavano ben oltre, si studiava cosa significa il denaro sociale, wir, massoneria, rischi e necessità esoteriche, persino come si possa ripescare il baratto affossato nei millenni della preistoria evoluzionistica, ma ora in piena crisi, che voglia Iddio ci inabissi sempre più verso la Luce, forse riacquista nuova vita. Ma solo alla luce di questa tragedia ciclica metafisica, non alla maniera dei mercatini dell'usato da riciclaggio economico sinistrorso. La discarica di Nairobi con la sua perduta umanità, le massi flottanti di tonnellate di platica sugli oceani, queste sono le metafore della attuale situazione.
Se animate dalla forma della Rosa, le nostre parole solcano indenni queste tempeste, e libere dalle intemperie conocorrono al libero 'rosario'. Sequenza di parole sante come gocce che descrivono la forma dei petali della Rosa.
Di tante cose abbiamo parlato con Alessandro durante la sua visita. Non lo sapremo, ma parole di qualità, su cui dovremo ritornare...
Per farlo tornare su queste parole, lasciandolo, per il momento lo abbiamo fornito di zucchine e fagiolini. che profumano di terra e di montagna. Solo un'esca...per l'eterno ritorno al Traccia-lino indelebile.

venerdì 6 agosto 2010

La macchina del tempo


Uno dei sogni dell'uomo più gettonati insieme a quello di volare è viaggiare nel tempo, scoprire cosa ci ha preceduti ma soprattutto cosa ci attende nel futuro.
In questi tempi in cui il vortice umano ruota ormai a velocità incalcolabili verso il nulla, il delirio, il vuoto e l'entropia potrebbe essere utile se non meraviglioso chiudere gli occhi e pensare al passato, alla tradizione, all'immutabile.
Forse però esiste un'alternativa, andare dove il tempo non sembra essere passato, dove tutto non è fermo ma immutato, dove il sole scandisce le ore e le stagioni si susseguono nel ciclo eterno della vita, della terra. Salire verso il Tracciolino ha il sapore della risalita dagli abissi, curva dopo curva si scorge la superficie e poi ad un tratto ecco l'aria, la boccata di ossigeno, che bello respirare quasi lo avevo dimenticato.
Qui tutto è diverso, tutto assume un significato differente, forse quello giusto, quello sfuggito ormai da tempo.
Il contatto con la terra, la natura e gli animali mi riporta con il pensiero a quel canto di sirene che mi vorrebbe in alto, in montagna, lontano da tutto e da tutti o quasi. Quel richiamo che mi assilla, mi toglie il sonno e la quiete, quell'irrefrenabile desiderio di scendere dalla nave e nuotare verso sponde sicure, immacolate.
Qui tutto è gerarchicamente ordinato e funzionante, nessuno scricchiolio o incertezza, un meccanismo oliato che funziona ininterrottamente da sempre, dal principio.
La compagnia è quella giusta, quella di Franco e Bea, due persone speciali che sanno farti sentire a casa, ti circondano di attenzioni e parole che danno sicurezza, non ti giudicano ma ti accolgono sempre e comunque.
Così con loro riscopro il profumo del fieno, di una stalla e di un orto, e guardo il mondo dall'alto, non con superiorità ma nello stesso modo in cui si potrebbe guardare dal bordo di un lavandino l'acqua sporca scivolare via. Da qui si vede la pianura, la distesa di smog e frenesia che di solito mi circonda...che tristezza vista da qua, dall'alto quasi stento a credere di provenire da quel vortice impazzito.
La giornata è finita ma il cuore batte ancora forte, è il mio sogno di bambino realizzato, una casa, una stalla, qualche bestiola e tanti profumi ma soprattutto due persone che dopo tante prove superate nella vita sanno ancora emozionarsi ed emozionare con dei gesti semplici, puri, così dannatamente fuori dal comune...purtroppo.

domenica 1 agosto 2010

Eppur qualcosa si muove...

Mi permetto di segnalare e far circolare queste considerazioni, idee, progetti...forse, mai dire mai.

Chi arriva a Biella, trova la scritta a mo' di insigna, "Citta della Lana". Poi la lana viene buttata, costi di smaltimento speciale, del tessile non ne parliamo neppure...ma con un po' di coraggio quei salsicciotti di lana che tengono caldi i semi, umidi e impediscono la crescita delle erbacce forse meritano un pensierino. Oppure come tenuta dei terreni nelle scarpate, visto che anche noi stiamo in montagna. Eppoi c'è il grande capitolo dell'uso nell'isolamento termico e nell'innovazione edilizia.

Chi lo dice alle centinia di allevatori biellesi che si possono organizzare con finalità e progettisi, anzichè pensare a show di tosatori neozelandesi, australiani, o altre amenità. C'è di mezzo la lana è vero, ma c'è di mezzo anche il riscatto della dignità di allevatori, magari anche di minime dimensioni, riscatto dal sentirsi mantenuti da sussidi e carità post-tecnologica. C'è di mezzo anche di smettere di rimpiangere l'età dell'oro del tessile, ormai passata e che non tornerà.

Umiltà, serietà, fantasia, utilità concreta, voglia di costruire cose valide e durevoli per la comodità non del 'consumatore', ma del rispetto per il proprio simile. “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt.6,33). Siamo pronti a questo? Eppur qualcosa si muove... per intanto ci si potrebbe muovere ed andare a vedere cosa stanno combinando il Alto Adige ed in Trentino, per esempio....




Lana di pecora

Rivista -> N. 106 - agosto 2010

La creazione di valore dell'allevamento degli ovini negli ultimi decenni ha subito grandi modifiche. Oltre alla produzione di generi alimentari pregiati, come la carne d'agnello e il latte di pecora con i suoi derivati, la cura del paesaggio è diventata uno dei principali motivi per l'attuale allevamento di questi animali. Purtroppo, in questo modo la lana di pecora è diventata una spina nel fianco.
La Federazione Piccoli Animali dell’Alto Adige (Verband der Südtiroler Kleintierzüchter- VSK) sta cercando di dare risalto alla lana di pecora come importante materia prima naturale rinnovabile mediante iniziative e progetti.
In Alto Adige si allevano circa 45.000 pecore. Con la tosatura, che si svolge due volte all'anno, si ottengono circa 135.000 kg di lana sucida.

Metodi alternativi di utilizzo della lana di pecora

- Lana per la protezione delle piante

L'obiettivo è sviluppare elementi biodegradabili per la protezione degli alberi partendo da materie prime rinnovabili, che possano trovare applicazione soprattutto nelle nuove piantumazioni nel campo della coltivazione di alberi da frutta e vigneti nonché nel giardinaggio, allo scopo proteggere le giovani piante da piante estranee o concorrenti (piante infestanti).

Da queste considerazioni si sono sviluppate diverse forme di prodotti per la protezione delle piante.

  1. Contorno dell'albero in lana infeltrita: feltro di lana rotondo
  2. Teli di lana: feltro in teli
  3. Manicotti per alberi: un mantello in lana infeltrita per il tronco delle giovani piante.

Le caratteristiche più importanti di questi prodotti di lana sono la capacità di assorbimento dell'acqua, la garanzia di opacità, la protezione da effetti meccanici, la struttura elastica per impedire l'inglobamento nella pianta e la facilità d'uso.

- Lana per la stabilizzazione di scarpate

Come stabilizzatore di scarpate, la lana può essere utilizzata come geotessuto in funi e reti. Le funi tessute in lana grezza possono essere utilizzate per la costruzione e la manutenzione di scavi, corsi d'acqua e strade nonché per pendii instabili, piste di sci e argini.
Da queste funi vengono realizzati tappeti intessuti a forma di rete, che possono essere posati lungo le scarpate. Presentano un buon assorbimento di acqua e possono eventualmente essere coperti a prato, tessendo nella lana dei semi di erba.

Macchina per il confezionamento delle funi  di lana
Macchina per il confezionamento delle funi utilizzate per stabilizzare le scarpate legandole alle reti

Manicotto di lana per la protezione delle  piante
Manicotto per la protezione delle giovani piante e nel contempo trattenere l'umidità

- Lana per l’allestimento di orti e giardini

Le funi in lana naturale possono essere tessute anche molto strettamente, in modo da creare un tappeto ideale per piantare ortaggi. Anche in questo caso si possono sfruttare le positive proprietà di immagazzinamento di acqua, opacità (importante per impedire la crescita di erbe infestanti) e protezione contro il freddo.

- Altri impieghi: una tenda di lana

Durante un seminario sulla lana di una settimana, tenutosi a Lagorai in collaborazione con la Federazione Piccoli Animali dell’Alto Adige e l'Associazione Allevatori Ovicaprini APOC di Trento, è stato realizzata una tenda di lana. La tenda è stata realizzata a forma di yurta, una tenda rotonda dei pastori transumanti mongoli, khirghisi, kazakhi e turkmeni.
In pratica consiste di un semplice telaio di legno che viene coperto da teli di lana infeltrita. Per i nomadi, il tutto doveva risultare molto facile da maneggiare, perché era importante poter montare e smontare la tenda che doveva anche essere leggera da trasportare a dorso degli animali da soma. Per la prima yurta di lana altoatesina sono stati lavorati complessivamente 120 kg di lana di montagna. La tenda è composta da tre teli di lana infeltrita. Due teli per le pareti esterne, ciascuno lungo 10 metri e largo 2,5 metri, e un telo per il tetto. Per la copertura del tetto a cupola è stato realizzato un piccolo telo di lana di pecora di montagna bruna. L'ingresso della tenda è stato chiuso con un tappeto. La particolarità di questa tenda è il clima confortevole al suo interno. I piani di lana sono traspiranti e regolano l'umidità.

Oggetti di lana cotta
Carrello con oggetti di lana cotta prodotti artigianalmente

Barbara Mock – Direttrice Associazione Provinciale Allevatori di piccoli animali Verband der Südtiroler Kleintierzüchter Bolzano/Bozen
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L’allevamento organizzato di ovini in Alto Adige è nato nel 1952 con la fondazione dell’associazione “Schafzuchtverein Sarntal”. Negli anni successivi, in altre comunità sono nate altre associazioni, progressivamente in tutta la provincia di Bolzano. Ciò ha portato, nel 1989, all’istituzione dell’associazione provinciale allevatori di piccoli animali “Verband der Südtiroler Kleintierzüchter “ che oltre del settore ovino si occupa anche di capre e maiali. Il VSK (che conta oggi più di 2000 iscritti) si occupa della nella tenuta dei libri genealogici, della commercializzazione dei prodotti e della consulenza ai propri associati. Oggi sono più di 2.000 gli allevatori iscritti
Attuale Presidente è Johann Götsch, originario Katharinaberg/Monte Santa Caterina, in Schnalstal/Val Senales.

Die organisierte Schafzucht in Südtirol hat ihre Geburtsstunde mit der Gründung des Schafzuchtvereines Sarntal im Jahr 1952. In den folgenden Jahren wurden in verschiedenen Gemeinden weitere Schafzuchtvereine gegründet, allmählich eine landesweite Zusammenarbeit anstrebten. Dies führte im Frühjahr 1989 zur Gründung des Verbandes der Südtiroler Kleintierzüchter, dem neben den Schafzüchtern auch die Ziegen- und Schweinezüchter angeschlossen sind.
Die wesentlichen Aufgaben des Verbandes sind die Herdebuchführung, die Vermarktung sowie die Beratung der Mitglieder. Heuter zählt der Verband rund 2.000 Mitglieder. Obmann des Verbandes ist Herr Götsch Johann aus Katharinaberg im Schnalstal.

Verband der Südtiroler Kleintierzüchter (VSK)
Via Galvani 38
39100 Bolzano
E-Mail: : info@vskonline.com
Sito: http://www.alpinetgheep.com/

lunedì 19 luglio 2010

Hortus Conclusus.




Eppure potrebbe essere tutto di una semplicità incredibile...ma non saper o voler fare una cosa semplice direi che mi sembra piuttosto inquietante!
In pieno luglio l'orto è rigoglioso. Costantemente concimato e innafiato comincia a ricolmare di soddisfazioni. La crescita robusta, i fiori e poi i frutti degli ortaggi riempiono la vista prima della tavola. Il giallo fiore dello zucchino si affaccia all'esistenza con una sensualità esuberante. Sembra provenire dai Tropici, da climi esotici sempre pronti a dispensare troppo facili nostalgie e struggimenti. Il male di sognare ad occhi aperti Paradisi inesistenti, quelli dei Mari del Sud. Ma l'esotismo, nel senso corretto, l'Altro che è in noi, lo si può trovare anche al Tracciolino.
Non occorre essere particolarmente esperti. Magari concentrarsi un pochino ed immettere energie di compostezza interiore nell'orto, nel suolo, nella cura, nella pazienza che occorre ad estirpare le cosiddette erbacce.
Prima di tutto, queste sono erbacce solo da un punto di vista nostro, egotistico. In fondo hanno diritto a vivere anche loro, come le mosche ed i tafani, e mille altri insetti. Non si capisce bene a cosa servano. A produrci urticarie e punture? No. Non si curano poi più di tanto di noi. Ed un'ortica ha la stessa dignità di una fragola. Anche se noi siamo talmente imperfetti da rendere quasi impossibile uno sguardo equidistante e preferire, ahimè inevitabilmente, fatalmente, la fragola. Inutile pretenderci senza difetti. Come loro dobbiamo imparare a difenderci ma con dignità. E quindi nell'orto, almeno nell'Hortus, metafora grandiosa del Giardino, dell'Eden, della Terra senza Male, riposta Speranza di tutti coloro che soffrono la pesantezza del vivere, possiamo sradicare la 'malapianta' senza pietà. Altrimenti non potrebbe essere un Hortus Delitiarum, ma una selva (oscura).
Al nutrimento degli ortaggi ci pensano loro. Tutti i giorni o quasi, ne producono, instancabili, la stalla va ripulita.






Si crea così una cooperazione fruttuosa, nulla va sprecato, una simbiosi perfetta che avrebbe tutte le carte in regola per sovvenirci di una ben più Grande Armonia. Dove, finalmente, una Pace regna sovrana, il ciclo nutrimento rifiuti è chiuso, perfetto come devono essere i cicli: circolari.
Si crede, di solito, che l'Hortus Conclusus prenda questo nome dalla sua chiusura verso l'esterno, come se un settario egoismo per iniziati respinga il sincero amante di questa vita semplice e naturale. Possiamo invece qui avanzare un significato nuovo di Conclusus. L'idea di un ciclo a entropia zero. Senza perdite fisico-chimiche.
Dimenticavo. Le ortiche, messe a macerare in acqua in recipiente chiuso per una dozzina di giorni almeno, rilasciano i loro succhi. Un liquido maleodorante, nauseabondo, come una stalla vegetale, ne scaturisce. Nitrati che funzionano benissino contro parassiti e larve voraci, pericolosissime per la nostra coltura. Lo abbiamo sperimentato. Ci sentiamo di consigliarlo.
L'Hortus Conclusus, nel suo abbraccio totale prene dentro anche questo. Libera da quella schiavitù da dipendenza da diserbanti e concimi. Chimica inutile e dannosa. Metafora di cose ben più grandi. Il piccolo ed il grande si toccano. Micro e Macrocosmo.
Oggi, nella profonda crisi senza uguali che attraversa l'Occidente, che si vorrebbe superare 'con ottimismo', si vorrebbe proporre la green economy, come speranza di risollevamento delle nostre sorti. In realtà, è tutto una illusione. Dal Tracciolino lo si capisce benissimo. L'ecologia è nata dalla fagocitazione onnivora e blasfema di Tutto, nella sistematica distruzione dei Segni del Trascendente, allora in essa non possiamo trovare la soluzione dei nostri mali.
Mia nonna mi chiedeva: "Franco, tu che studi, è da un po' di tempo che sento parlare di 'società', ma che cos'è la societa?" Avrei dovuto spiegarlo a lei che nella vecchia cascina nessuno mai chiudeva a chiave l'uscio della porta, tanto era viva la 'società'. Come chiedere al pesce cosa sia l'acqua! Era talmente parte di sè da non riflettersi nello specchio della coscienza. Lo stesso accade per l'ecologia. La lattuga biologica, anzi, "il biologico" nel suo complesso, altro non è che la nostra confusione. I prefifissi eco- bio- invenzioni linguistiche moderne. Cioè il Nulla. Da un male non nasce che un altro male. Dal molteplice nasce un molteplice, dal male non nascono i rimedi.
Nascono solo dalla soppressione del male. Si scrive green economy ma si legge nucleare!
Disinquinare non può essere un business. Diavolo ed acquasanta non van d'accordo! Lo sapevano anche i nostri nonni! Abissalmente semplice!


lunedì 5 luglio 2010

Attenti al Lupo!



Attenti al lupo!

Il cardinal WALTER KASPER ha dichiarato al Corriere della Sera (31 maggio 2010, p. 23) che «la shoah è stata favorita anche da un tipo di teologia. […]. Secoli di teologia cristiana anti-giudaica hanno contribuito alla shoah favorendo […] l’antisemitismo razziale-biologico del nazismo. […]. Quel crimine senza precedenti ha costretto le Chiese cristiane a rivedere il loro rapporto con gli ebrei e per i cattolici il tornante decisivo è stato il Vaticano II, con le sue scelte irrevocabili. […]. Il riconoscimento di una responsabilità cristiana indiretta nella shoah era contenuto già in un documento epocale della “Commissione per i rapporti religiosi con l’Ebraismo”, pubblicato nel 1998 con il titolo “Noi ricordiamo”, in vista del “mea culpa” giubilare del 2000».

Un Pastore di alto rango della Chiesa si permette impunemente, oggi, di mettere sotto accusa "secoli di teologia cristiana". Nessuno lo ferma. Nessuno lo smentisce. Non è questione di revisionismo storico, seppure sarebbe lecito parlarne. Come è lecito leggere cristianamente il Rinascimento o la Rivoluzione francese, il Risorgimento italiano o la Seconda Guerra Mondiale. E' questione, prim'ancora, di teologia e di sacro dovere del "Pastor di Roma" o "Sommo Pastore". E' questione di non lasciar scevri d'ogni solido presidio di filosofico e teologico sapere.

Qui sul Tracciolino siamo, per evidenti ragioni naturali, particolarmente sensibili a pastori e pastorizia.
Qui girano armenti, in numero, e ogni famiglia - sto parlando di coloro che vivono su questi monti, è a contatto con l'arte o mestiere di pascere, ars pascendi.
Nessun malgaro o allevatore, vorrei sbagliarmi, ha mai letto e fermato a riflettere sulla Lettera Enciclica di S. Pio X - che il sentire popolare del cattolicissimo trentino (De Gasperi, Piccoli, ecc.) chiama piòcs, peòc, e cioè pidocchio - che esordisce proprio con queste parole: "L'officio divinamente commessoCi di pascere il gregge del Signore ha, fra i primi doveri imposti da Cristo, quello di custodire con ogni vigilanza il deposito della fede [...]". Ma sono certo che non farei fatica a capirmi parlandone con loro. Sono abituare a giudicare l'opera del pastore. E' pane quotidiano. Chiunque qui capirebbe, senza fatica alcuna, cosa significhino pienamente le parole "cusatodire con ogni vigilanza". Star vicino alle pecore o alle capre per ore e ore, giorni. e giorni. Vedere le filiazioni e le genalogie. Pensare se han bevuto, se stanno al sole o all'ombra. Scrutare la forma delle feci. Se sono felici e spensierate o se una qualche sottile preoccupazione si insinua nel gregge.Tutto si fa metafora. Qui la metafora non è una figura retorica. Qui è vita. Accettazione di questa vita. Non vai al mare a prendere bagni e sole. Stai con loro. Non fai le cose di cui la televisione parla quotidianamente. (Grazie a Dio) Stai con loro! Non ti lasci distrarre dalla modernità, per dirla in breve.
Sarebbe oltremodo facile spiegare ai malgari, ai contadini, la funzione della "custodia" del depositum fidei. Capire la fede è più difficile per tutti noi, ma la custodia no. Ciascuno pensa gregge, vede altri pastori. Li valuta, li imita se è il caso. Ne vede gli errori e li evita, in altri casi.
Tutti pretendono di essere buoni pastori, ma tra di loro si nascondono lupi rapaci, oppure pastori con cedimenti verso la "lupaggine". E allora, a volte, possono apparire crudeli. Cauterizzano i capretti, bruciando loro le corna fin sotto al cranio al loro primo spuntare, a pochi giorni di vita. Altri spezzano i denti ai cani affinchè mordano senza offendere. Altri castrano i piccoli maschi con uno stretto e tagliente filo di ferro. Non si possono permettere il lusso del razionalismo. Nè quello dei veterinari, nè quello ideologico dei "diritti universali degli animali".. Tutti pronti acondannare i metodi, ma incapaci di sacrificare la loro vita vivendoci insieme, giorno e notte, tutto l'anno, inverno ed estate, dall'indanzia alla vecchiaia tanto del custode quanto del custodito.
Se un pastore dorme lo capirebbero subito. Se è pigro. Se non è sollecito. La sua vita andrebbe verso un degrado ed una dissoluzione, queste si come dice il Lupo-Cardinal Kasper, "irrevocabili". A questo male c'è solo un rimedio, loro lo sanno. Glielo hanno detto i loro padri e i padri dei loro padri, per secula seculorum. Tramandato. Tra-mandato, tra-detto, tra-ditio. Ed a questa verità si attengono, si sacrificano. Non si inventano del nuovo. Il nuovo quando si presenta viene ricondotto, potendo, alla tra-ditio. Qui si sa bene cosa significa educare, non è un'illuminata opera di progresso, significa come fare per lasciare in eredità, tra-mandare, il mestiere. Potrei garantire che l'aspetto economico è il meno rilevante!
E sono lascrime e sangue. Ma non c'è pietà. Non c'è bonismo. O si vince e si vive, o si perde e si muore. Semplice. Non ci si adegua alle necessità della Storia. Cosa pensano i nostri figli? Cosa fanno pensare loro? Cosa mettono loro in testa?
Che fa quel pastore, dorme o veglia?
Che fa quel "Grande Restauratore della Tradizone", Papa Benedetto XVI? Dorme o veglia? Dorme mentre i lupi aggrediscono il gregge? Passi per il malgaro, ma almeno lui la Pascenedi la conoscerà.

"[...] I fautori dell'errore già non sono ormai da ricercarsi fra i nemici dichiarati; ma, ciò che dà somma pena e timore, si celano nel seno stesso della Chiesa, tanto più perniciosi quanto meno sono in vista[ ...] non pochi dello stesso ceto sacerdotale, i quali, sotto finta di amore per la Chiesa, scevri d'ogni solido presidio di filosofico e teologico sapere, tutti anzi penetrati delle velenose dottrine dei nemici della Chiesa, si dànno, senza ritegno di sorta, per riformatori della Chiesa medesima; e, fatta audacemente schiera, si gittano su quanto vi ha di più santo nell'opera di Cristo. [..]
E allora che vegli! Ma perchè no fa quello che anche il più umile e illetterato malgaro sa? Il sospetto è che abbia dismesso l'ars pascendi. Abbia così anche lui pregiudicato il destino del gregge, e che entrambi, custode e custoditi, corrano verso l'abisso. E allora torniamoqui, lui e noi, popolo cristiano, sui paschi del Tracciolino, a riscoprire la lezione dai malgari contadini, dalle capre e dalle pecore, a ri-scoprire il senso del sacrificio. A vivere con le bestie, molto più pure e vicine a Dio dei loro Gentiluomini di Sua Santità, dell'Opus Dei o Propaganda Fide, degli animalisti laici e dei banchieri vaticani idolatri dello stesso demonio.
La speranza, evento non psicologico ma teologale, che si sia solo smarrita la rotta, forse si sia perso solo la prospettiva. Le cose vanno viste da una giusta distanza. Dalla giusta angolatura. Dall'alto.

"In vesta di pastor lupi rapaci/si veggion di qua sù per tutti i paschi " (Par., XXVII, 55).

Di qua sù, per Dante significava dal punto culminante del suo viaggio. Di qua sù, per noi vuol dire dall'alto del Tracciolino, da dove forse "...il maledetto fiore" non ha ancora "disviate le pecore e gli agni, però che fatto ha lupo del pastore."(Par., IX, 132).
















Oh Tracciolino, luogo dello Spirito.... dove ritrovando te stesso, ritrovi il tuo Signore!
Dove i Lupi non arrivano e la Speranza di vederTi si fa forte!
Dove "somma pena e timore" risolvi...







Un grido dal Tracciolino: "Attenti al Lupo!"






Il cardinal Walter Kasper ha dichiarato al Corriere della Sera (31 maggio 2010, p. 23) che «la shoah è stata favorita anche da un tipo di teologia. […]. Secoli di teologia cristiana anti-giudaica hanno contribuito alla shoah favorendo […] l’antisemitismo razziale-biologico del nazismo. […]. Quel crimine senza precedenti ha costretto le Chiese cristiane a rivedere il loro rapporto con gli ebrei e per i cattolici il tornante decisivo è stato il Vaticano II, con le sue scelte irrevocabili. […]. Il riconoscimento di una responsabilità cristiana indiretta nella shoah era contenuto già in un documento epocale della “Commissione per i rapporti religiosi con l’Ebraismo”, pubblicato nel 1998 con il titolo “Noi ricordiamo”, in vista del “mea culpa” giubilare del 2000».

Un Pastore di alto rango della Chiesa si permette impunemente, oggi, di mettere sotto accusa "secoli di teologia cristiana". Nessuno lo ferma. Nessuno lo smentisce. Non è questione di revisionismo storico, seppure sarebbe lecito parlarne. Come è lecito leggere cristianamente il Rinascimento o la Rivoluzione francese, il Risorgimento italiano o la Seconda Guerra Mondiale. E' questione, prim'ancora di teologia e di sacro dovere del "Pastor di Roma" o "Sommo Pastore". E' questione di non lasciar scevri d'ogni solido presidio di filosofico e teologico sapere.

Qui sul Tracciolino siamo, per evidenti ragioni naturali, particolarmente sensibili a pastori e pastorizia. Qui girano armenti, in numero, e ogni famiglia - sto parlando di coloro che vivono su questi monti, è a contatto con l'arte o mestiere di pascere, ars pascendi.
Nessun malgaro o allevatore, vorrei sbagliarmi, ha mai letto e fermato a riflettere sulla Lettera Enciclica di S. Pio X - che il sentire popolare del cattolicissimo trentino (De Gasperi, Piccoli, ecc.) chiama piòcs, peòc, e cioè pidocchio - che esordisce proprio con queste parole: "L'officio divinamente commessoCi di pascere il gregge del Signore ha, fra i primi doveri imposti da Cristo, quello di custodire con ogni vigilanza il deposito della fede [...]". Ma sono certo che non farei fatica a capirmi parlandone con loro. Sono abituare a giudicare l'opera del pastore. E' pane quotidiano. Chiunque qui capirebbe, senza fatica alcuna, cosa significhino pienamente le parole "cusatodire con ogni vigilanza". Star vicino alle pecore o alle capre per ore e ore, giorni. e giorni. Vedere le filiazioni e le genalogie. Pensare se han bevuto, se stanno al sole o all'ombra. Scrutare la forma delle feci. Se sono felici e spensierate o se una qualche sottile preoccupazione si insinua nel gregge.Tutto si fa metafora. Qui la metafora non è una figura retorica. Qui è vita. Accettazione di questa vita. Non vai al mare a prendere bagni e sole. Stai con loro. Non fai le cose di cui la televisione parla quotidianamente. (Grazie a Dio) Stai con loro! Non ti lasci distrarre dalla modernità, per dirla in breve.
Sarebbe oltremodo facile spiegare ai malgari, ai contadini, la funzione della "custodia" del depositum fidei. Capire la fede è più difficile per tutti noi, ma la custodia no. Ciascuno pensa gregge, vede altri pastori. Li valuta, li imita se è il caso. Ne vede gli errori e li evita, in altri casi.
Tutti pretendono di essere buoni pastori, ma tra di loro si nascondono lupi rapaci, oppure pastori con cedimenti verso la "lupaggine". E allora, a volte, possono apparire crudeli. Cauterizzano i capretti, bruciando loro le corna fin sotto al cranio al loro primo spuntare, a pochi giorni di vita. Altri spezzano i denti ai cani affinchè mordano senza offendere. Altri castrano i piccoli maschi con uno stretto e tagliente filo di ferro. Non si possono permettere il lusso del razionalismo. Nè quello dei veterinari, nè quello ideologico dei "diritti universali degli animali".. Tutti pronti acondannare i metodi, ma incapaci di sacrificare la loro vita vivendoci insieme, giorno e notte, tutto l'anno, inverno ed estate, dall'indanzia alla vecchiaia tanto del custode quanto del custodito.
Se un pastore dorme lo capirebbero subito. Se è pigro. Se non è sollecito. La sua vita andrebbe verso un degrado ed una dissoluzione, queste si come dice il Lupo-Cardinal Kasper, "irrevocabili". A questo male c'è solo un rimedio, loro lo sanno. Glielo hanno detto i loro padri e i padri dei loro padri, per secula seculorum. Tramandato. Tra-mandato, tra-detto, tra-ditio. Ed a questa verità si attengono, si sacrificano. Non si inventano del nuovo. Il nuovo quando si presenta viene ricondotto, potendo, alla tra-ditio. Qui si sa bene cosa significa educare, non è un'illuminata opera di progresso, significa come fare per lasciare in eredità, tra-mandare, il mestiere. Potrei garantire che l'aspetto economico è il meno rilevante!
E sono lascrime e sangue. Ma non c'è pietà. Non c'è bonismo. O si vince e si vive, o si perde e si muore. Semplice. Non ci si adegua alle necessità della Storia. Cosa pensano i nostri figli? Cosa fanno pensare loro? Cosa mettono loro in testa?
Che fa quel pastore, dorme o veglia?
Che fa quel "Grande Restauratore della Tradizone", Papa Benedetto XVI? Dorme o veglia? Dorme mentre i lupi aggrediscono il gregge? Passi per il malgaro, ma almeno lui la Pascenedi la conoscerà.

"[...] I fautori dell'errore già non sono ormai da ricercarsi fra i nemici dichiarati; ma, ciò che dà somma pena e timore, si celano nel seno stesso della Chiesa, tanto più perniciosi quanto meno sono in vista[ ...] non pochi dello stesso ceto sacerdotale, i quali, sotto finta di amore per la Chiesa, scevri d'ogni solido presidio di filosofico e teologico sapere, tutti anzi penetrati delle velenose dottrine dei nemici della Chiesa, si dànno, senza ritegno di sorta, per riformatori della Chiesa medesima; e, fatta audacemente schiera, si gittano su quanto vi ha di più santo nell'opera di Cristo. [..]
E allora che vegli! Ma perchè no fa quello che anche il più umile e illetterato malgaro sa? Il sospetto è che abbia dismesso l'ars pascendi. Abbia così anche lui pregiudicato il destino del gregge, e che entrambi, custode e custoditi, corrano verso l'abisso. E allora torniamoqui, lui e noi, popolo cristiano, sui paschi del Tracciolino, a riscoprire la lezione dai malgari contadini, dalle capre e dalle pecore, a ri-scoprire il senso del sacrificio. A vivere con le bestie, molto più pure e vicine a Dio dei loro Gentiluomini di Sua Santità, dell'Opus Dei o Propaganda Fide, degli animalisti laici e dei banchieri vaticani idolatri dello stesso demonio.
La speranza, evento non psicologico ma teologale, che si sia solo smarrita la rotta, forse si sia perso solo la prospettiva. Le cose vanno viste da una giusta distanza
. Dalla giusta angolatura. Dall'alto.

"In vesta di pastor lupi rapaci/si veggion di qua sù per tutti i paschi " (Par., XXVII, 55).

Di qua sù, per Dante significava dal punto culminante del suo viaggio. Di qua sù, per noi vuol dire dall'alto del Tracciolino, da dove forse "...il maledetto fiore" non ha ancora "disviate le pecore e gli agni, però che fatto ha lupo del pastore."(Par., IX, 132).



Oh Tracciolino, luogo dello Spirito.... dove ritrovando te stesso, ritrovi il tuo Signore!
Dove i Lupi non arrivano e la Speranza di vederTi si fa forte!