mercoledì 18 gennaio 2012

Sorelle dei monti.


L'immagine, l'icona, la fotografia, la figura, il 'figurativo', la rappresentabilità, la visibilità. Ecco cosa potrebbe attrarci nel sostare dinanzi a immagini come questa. Una vecchia foto di una montanara, impugna un piccone, lontana mille miglie dagli oggetti di una femminilità coreografica, il viso sporco di chi lavora concretamente, e non parla dall'alto del suo 'titolo di studio'.





Sorella che con te calchiamo terreni mai in piano, che con te non possiamo portare scarpette 'leggere'. Sentiamo il freddo, usiamo il picco. Dove un passo segue l'altro, mai allo stesso livello. Passo che ci fa dondolare, quando scendiamo nelle città di pianura, di cui solo noi sappiamo capire quanto siano 'comode'.

Sorella che porti quelle gonne pesanti, lunghe fino a dieci centimetri da terra. Se il foulard viene indossato non per pudore, ma per proteggersi dalla polvere, inevitabile per chi lavora, come dire una preoccupazione estetica per l'acconciatura, allora perchè porti quella gonna così lunga, facile a sporcarsi? Perchè scartare a priori la pudicizia dei tuoi indumenti, ancorchè magari impolverati? Perchè sostituirla con una minigonna che ti mette in vetrina?

Nel vederti abbiamo gli occhi spaventati.

Spaventati dalla tua povertà, dalla tua subalternità, come sei noi fossimo democraticamente partecipanti. Partecipanti a che?




Come possiamo credere che, anche minimamente, ci 'rappresentino'? Eppure la quasi totalità del parlamento 'eletto' lo sostiene. Loro si che rappresentano nulla, anzi il Nulla. Il vero volto della democrazia, e non la sua sospensione, come la vulgata sostiene. La piena espressione dell'inganno democratico, la menzogna secolare. Tutte persone còlte, studiate. Sanno distinguere, con abilità talmudica, tra contesto, struttura e compagine. Sono pieni di parole vuote. Paludati e ben rimpannucciati. Satanelli al servizio locale del Grande Satana del Nuovo Ordine Mondiale. Usura, denaro, virtuale o reale (come se ci fosse differenza!), banche, Borse, finanza, mutui, istituzioni internazionali, di ciò son fatte le fiamme del loro inferno.

Non dimentichiamolo mai, quando osserviamo le immagini di queste Sorelle. Quando la loro povertà ci spaventa. Anche se, romanticamente, e francescanamente, possiamo compiacercene.
I loro indumenti logori, indumenti che duravano una vita, scrostati come i muri di quelle vecchie abitazioni. Le loro case, si, scrostate, ma 'loro'. Non facilmente sottoponibili ai ricatti ipotecari o vessazioni che somigliano alla tassa sul macinato. Così come i prati, il fieno che da essi sgorga, i boschi, ghiande e castagne, cosituiscono il loro Regno. Cittadella celeste. Autenticità e incantesimo si coniugano in una vita che ormai ci sembra perduta. Buona per cartoline folcloriche. Ma da cui intimamente prendere le distanze.

Così sinceri i loro volti, non avvezzi alla ipocrisia, alla grande menzogna del vivere civilizzato. Ci imbarazzano. Ci chiamano in causa. Ci processano alla nostra coscienza, ci accusano per aver venduto qualcosa di invendibile, per aver barattato il sacro per trenta denari, per aver preso dimora nell'empio mercato dove tutto ha un prezzo. E così non può e non deve essere.

Tra paure e imbarazzi, come bambini spaventati per la averla combinata grossa, e che possa ritorcersi contro, gli occhi terrorizzati, spalancati sul monstruum, sul baratro, sull'incubo terrificante, come nei ritratti che il romanico medievale ben conosceva, vedono nella nostra Sorella l'immagine di una strega.








Il volto politicamente scorretto, 'oscurato' da un sorriso molto personale, ma non proprio cinematografico o televisivo, fatto solo per l'apparire, non prono all'ortodonzìa omologante. L'armamentario che fiera mostra è quello del fuso per la filatura della lana che, con spola e ago, compare in molte fiabe della tradizione europea (non quella dei banchieri governativi, ma quella dei fratelli Grimm), compare nel cuore della cultura europea, splendente e mervigliosa come una Regina, prima che avvenisse la catastrofe.

Sorella, povera ma esperta nelle arti dell'incantesimo, capace di strappare il velo della modernità che ottenebra il nostro sguardo smarrito, siamo con te.

Mentre alti volano i corvi neri sopra di noi, minacciosi volteggiano in una vorace danza sulla tua fiaba, pronti a trasformare la tua leggenda di donna non mercificata nella dimostrazione storica di miti freudiani, come fece lo psicoanalista B. Bettelheim, riverbero incombente di cultura talmudica sull'Europa indoeuropea. Si nutrono del tuo incantesimo, tesoro che nei secoli hai custodito con la forza di un gendarme.

A questa guerra santa in tua difesa ci siamo votati!


mercoledì 11 gennaio 2012

Andate la Messa è finita.

Come a volte il silenzio dei boschi, delle montagne assomiglia ad un morbido manto che protettivo ci avvolge come l'abbraccio rassicurante della madre, cosi altre volte ci appare più simile ad un ferita silenziosa, dolorosa, che non sembra voler sapere di rimarginarsi. Scende profondo nel cuore e lo mina alla sua base.

Certo, in parte è la figura dell'accidia che colpisce l'asceta. Quella forma di dolce sopore, che spinge verso l'inedia, l'affievolirsi delle mete, lo sbiadire dei colori della bandiera sotto e per cui combattere una vita degna di essere vissuta. Non più uno straccio di ideale. Nè Patria, nè Dio. Tanto meno Famiglia. Quello che solo conta è passare alla cassa, e scontare i tassi più vantaggiosi. Tetre marionette, automi della games theory. Terrifico incubo della modernità.

L'indolenza che spinge a non tagliare legna, intanto la si può comprare, e soprattutto c'è un bel sole, ci si scalda per con quello... l'oblio che i giorni di sole sono a termine... ma più si tira avanti e più ci i avvicina alla sospirata primavera. Pigri.

Difficile da distinguere dal dignitoso distacco, abbandono fiducioso a Dio, tra le braccia dell'otium. Attività dello Spirito.



Riempire il silenzio contrappuntato dal vento e dai rumori degli animali domestici e selvatici che ci circondano, sembra un'opera titanica.
Al silenzio si affaccia la solitudine, ed insieme iniziano la loro danza macabra sullo spartito monotono, nonostante si faccia di tutto per rendero vario, piacevole, auspicabile e comunque ineludibile, della condizione umana nella modernità in avanzato - ma difficile dire quanto - stato di decomposizione.

Un effetto della società della comunicazione che non perdona al silenzio di esistere. Non alludiamo a quello relegato a poche ore notturne in cui molto del trambusto diurno finalmente tace. Come due sorelle il silenzio e la solitudine si avvitano in una spirale danzante, vorticosa solo nei cuori di quei pochi che osano incamminarsi sulla Via. Caduceo a due spirali, solitudine e silenzio assolato dei monti, che brucia come sulle tele di Segantini.

Le feste sono finite. Le vacanze hanno offerto quella tregua cui ormi siamo disabituati che poteva offrire, poi giù tutti, si ritorno al 'dì feriale', ne parla Hegel nella sua fabula, la geistige Geschichte. Il lungo giorno oscuro, ripetitivo, schiavitù per il destino dicino dell'uomo, opaco Tagewerk in cui brilla la speranza della Santa Notte con cui ci diletta il poeta Novalis.
Romantici. Si, romantici. Ma non fessi. Non flebili dandies, effeminati cultori di belle lettere, vanesi e frivoli perditempo, di un tempo che ci pare abissalmente lontano, ma che tanto lontano in fondo non è. Ma sensibili strumenti che registrarono la vibrazioni di follia al suo sorgere della frenesia, della 'negoziosità' dell'epoca che andava facendosi strada, epoca votata al Nulla, nella forma dell'illusoria pienezza, attività vacua, produttività inutile. Il tutto finalizzato al compimento di quel Destino che è già scritto, ma che dobbiamo, noi, i nostri figli e i nostri amici veri, tragicamente impersonare.

Le vacanze sono finite. Gli amici se ne vanno, ritornano ad esser inghiottitite dalla molle nebbia della malinconica città, amorfa, falsa, specchietto per allodole. I parenti fanno visita profittando della tregua delle vacanze, delle ferie. Poi ripartono. Chissà se si portano via qualcosa.
Un periodo sospeso tra due momenti che lo sostengono. E non il contrario semmai, come dovrebbe essere in condizioni normali. Giù di nuovo tutti, il sistema se li riprende, vanno a produrre per il denaro, schiavi del sistema del denaro. Come una mostruosa creatura diabolica si riproduce da solo, si autoalimentta e fagocita chi gli si avvicina, tutti, in una qualche misura. Noi spiri del mezzogiorno montano cantiamo la rude bellezza del baratto.

Gli uni e gli altri promettono di tornare sui monti presto, presto. Ma è una bugia. Forse pietosa. I più non amano la via dei monti, aspra, selettiva, aristocratica. E' come andare in pellegrinaggio in agosto. Al sacro, alla messa la domenica, senza più sapere perchè la domenica si chiami domenica. Si deve, ma non si dilige. E ci diciamo bugie, finchè possiamo...

Noi stiamo sui monti, direi che inssistiamo sui monti, tra i suoi silenzi e alle sue solitudini, supreme condizioni di ogni iniziazione, in ogni epoca. Insistiamo sui monti, in-essi-stiamo, insistiamo sul sacro, spes nostra.

Almeno noi restiamoci, stanchi, invecchiati, corrugati testimoni di un mondo che non c'è più e di un altro che non c'è ancora. Soli e silenti peregriniamo e le cime ci ricordano infallibilmente il 'dì festivo'.

martedì 10 gennaio 2012

Segni dei Tempi.

L’ora di Barabba: la chiesa diventa sinagoga.


Il quotidiano L’Adige dell’11 novembre 2011 ci informa che la chiesa di San Simonino, detta anche “Cappella San Pietro”, diverrà ben presto una sinagoga. Un gruppo di rabbini a Trento per un contatto con le autorità provinciali. Venduta la ex cappella, sarà centro di ebraismo. La trattativa tra la ‘Domonet srl’ e un importante imprenditore ebreo, di cui ancora non è dato sapere il nome, si è conclusa: la ex cappella del Simonino, all’interno di Palazzo Salvadori che era la allora sinagoga di Trento, dove Simonino fu martirizzato, passa di proprietà. E diventerà un centro importante di religiosità e cultura ebraica. Per questo ieri a Trento c’era un gruppo di rabbini venuto da Bruxelles per prendere accordi con l’assessore alla Cultura della Provincia circa l’inaugurazione del nuovo luogo di culto . Ieri 10 novembre, presso la Fondazione Bruno Kessler, sede di via S. Croce, gli invitati hanno potuto notare la presenza di alcuni rabbini, che per un certo tempo si sono anche appartati con l’assessore alla Cultura della Provincia Franco Panizza. «Si tratta di personalità di spicco della comunità ebraica europea, in particolare dell’European Jewish Development Fund». Perché questa loro visita in Trentino? «Ora che l’acquisto della ex cappella del Simonino è cosa fatta – si lascia scappare l’assessore – hanno voluto cercare questo primo contatto per iniziare a definire alcuni contorni dell’inaugurazione di quella che sarà di nuovo una sinagoga. Ma anche un centro di studio della cultura ebraica». A detta di Panizza i religiosi che si sono recati a Trento hanno manifestato l’idea che il nuovo centro di culto debba avere una risonanza internazionale e quindi che la sua inaugurazione debba essere all’altezza di questo fatto. Hanno chiesto quindi la collaborazione della Provincia in questo senso, chiedendo anche che il luogo di culto possa diventare sede di una programmazione culturale di livello. «Si è parlato di programmarvi degli eventi culturali a cui la Provincia potrebbe essere interessata» taglia corto Panizza.
La Cappella del Simonino era stata l’abitazione di Samuele da Norimberga, quindi sinagoga della comunità ebraica della città di Trento. Una comunità che era stato di fatto azzerata nel 1475 a seguito dei fatti che portarono alla morte del bambino, il Simonino, il cui omicidio fu attribuito agli ebrei. Il Simonino divenne un martire e come tale celebrato. Solo dopo più di cinque secoli quella comunità ebraica sarà infine riconosciuta «innocente» rispetto a quel presunto martirio. “Tra Gesù e Barabba, la folla aizzata dai Sommi Sacerdoti, scelse Barabba”.
La European Jewish Development Fund è sorta a Bruxelles nel 1993 e tra i suoi scopi dichiarati ha quello di «promuovere l’orgoglio ebraico, assicurare continuità alle tradizioni ebraiche e cercare di compattare la voce degli ebrei per combattere l’antisemitismo, sostenere e difendere «i grandi valori ideali e morali di Israele». In questo senso (vedi il sito HYPERLINK ) l’associazione si spende per ridare vigore ad una autentica cultura ebraica, anche nell’educazione giovanile e in contatto con il complesso mondo della comunicazione.



Il “trionfo” apparente del Sinedrio.
“Tenebrae factae sunt ”. È buio, il più totale. La chiesa che diventa una sinagoga a Trento è l’immagine della Chiesa universale che è stata infiltrata dalla “Sinagoga di Satana” (Apoc., II, 9) durante il Vaticano II. Gesù al Getsemani esclamò di fronte alle guardie del Sinedrio inviate da Anna e Caifa per arrestarlo e farlo crocifiggere: “Questa è l’ora vostra e del potere delle tenebre”, ossia dal Giovedì Santo sino al Sabato Santo al Sinedrio e al potere infero o tenebroso è stato concesso di poter tentare, quasi abbattere gli Apostoli ed apparentemente “sconfiggere”, con la morte di Croce, Gesù stesso, il quale, però, dopo tre giorni risuscitò e rivolse la sconfitta apparente in vittoria reale contro il demonio, la morte, il peccato e la “Sinagoga di Satana”. La Chiesa universale è “Cristo continuato nella storia”, anch’essa deve conoscere il tradimento di Giuda, dei suoi, le tenebre, l’ora di Barabba, l’abbandono, ma alla fine di quel lasso di tempo, risorgerà “senza macchia e senza ruga”. S. Simonino gode in Cielo una pace inalterabile, anche se i “Giuda” di ieri e di oggi lo hanno tradito, lo hanno gettato in una fossa sconosciuta preferendogli Barabba ed hanno trasformato la sua chiesa in una sinagoga, che secondo S. Giovanni Crisostomo è diventata dopo la morte di Cristo “la casa dei demoni” (Omelie contro i Giudei). Di fronte a tanto strazio non ci resta che pregare come Gesù nel Getsemani “se è possibile passi lontano da Me questo calice amaro, però non sia fatta la Mia, ma la Tua volontà!”, sicuri al tempo stesso della vittoria finale e della risurrezione del “Corpo mistico di Cristo”.



Vedasi:
http://www.doncurzionitoglia.com/sacrilegio_s_simonino_a_trento.htm




domenica 8 gennaio 2012

Isteria da 'politicamente corretto'.


«Mettila fuori, Finocchio. Mettila fuori (sottinteso la palla)». Questa frase è costata l'espulsione a Paolo Magnani, allenatore della primavera del Bologna nel derby di sabato con il Parma. L'arbitro Donati aveva pensato all'insulto a sfondo omofobo a un giocatore avversario, neanche sapeva che il casertano Francesco Finocchio (30/apr/1992) si chiamasse proprio così. Al 93' era a terra lo spagnolo Manuel Gavilan: il tecnico, che in agosto alla guida della prima squadra, nell'interregno tra Colomba e Malesani, fermò l'Inter sullo 0-0, si alza dalla panchina e urla al centrocampista del Parma di spedire la palla in fallo laterale. Finocchio lo accontenta fermando la ripartenza veloce ma fa arrabbiare anche il proprio mister, Tiziano De Patre: «Ma cosa dai ascolto a quello?». Espulsi entrambi gli allenatori, inutili i tentativi di spiegazione.
Finisce 2-2, negli spogliatoi Mantovani, capitano rossoblù, chiede all'arbitro il perchè del rosso al suo allenatore e Doveri imperturbabile risponde: «Cosa faresti se a te dessero del finocchio?». «Guarda che è il suo cognome», la replica. Il direttore di gara resta impietrito: «Ormai il danno è fatto, sarò leggero nel referto». In effetti Magnani non è stato squalificato e questo avvalora la ricostruzione fatta dal Bologna.
Francesco Finocchio, il protagonista involontario dell'“incidente“, è stato in nazionale under 17, come attaccante, adesso gioca a centrocampo e in under 19. «Vive il suo cognome senza problemi - assicura De Patre -, è un ragazzo solare, veramente a modo». Che può far carriera a dispetto della facile ironia.
Consiglierei la prossima volta di chiamarlo 'Occhiofino' come faceva astutamente Vittorio Gassman nel celebre film di Dino Risi Il sorpasso.

http://www.youtube.com/watch?v=l3angN4o508

sabato 7 gennaio 2012

Come in un diario

Il tempo come sempre trascorre inesorabile e così come un bovino apparentemente ignaro eppur conscio del suo destino mi preparo ad inforcare le porte del mattatoio.


Più il tempo passa, più leggo, mi documento e rifletto, più mi domanda cosa ci faccio laggiù in quella città maledetta, così lontana dalle mie ambizioni.


Sono capace a sopravvivere ma non sono adatto a farlo perchè in realtà io voglio vivere.


Come si può ignorare in eterno il canto delle sirene, come si può fingere per sempre che il sapere di fare la cosa giusta renda felici davvero? Come si può recitare sempre con lo stesso canovaccio in uno spettacolo in cui si conosce la triste fine?


Ho pensato, parlato, riflettuto,litigato e poi dopo mille parole ci sono giornate come ieri o come quelle trascorse lontano da tutto e tutti in cui mi sento felice davvero e non sedato o placato ma felice, si ho detto felice!


Perchè dovete convincermi che dove mi manca tutto è il posto giusto e dove invece ho tutto ciò che mi serve quello sbagliato. No, non ce la farete... ho deciso di no.


La vita è la mia e visto che ormai anche la democrazia che avete scelto voi con delle votazioni a cui io non ho partecipato vi ha traditi,

giovedì 29 dicembre 2011

Il mercenario, il buon pastore e il gregge.

Io sono il buon pastore.
Il buon pastore offre la vita per le pecore.
Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde;
egli è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me...
(Giov. 10, 11-14)


Sono stato sul punto di vendere le capre. Sul punto di comportarmi come un mercenario. Più ricevevo offerte e più mi inquietavo. Qualcosa si straziava dentro di me.

Sulle prime era un senso di sollievo, la senzazione di volare leggero, libero dalle responsabilità e dalle fatiche. Dalle seccature coi vicini alle noie burocratiche, dal vivere con i timori, ansie e paure che tutto debba andare bene.

Invece tutto va come deve andare. Comunque ci saranno successi e apprensioni, difficoltà e momenti di beatitudine. E questo è il vero sollievo, l'autentico mettersi le ali. Le cose vanno sempre come devono andare, noi non siamo artefici del nostro destino, se non in una misura minima, quasi irrilevante. Un bestemmia per il protagonismo dell'io, che in occidente si presenta come il padrone del campo.




Man mano che passava il tempo, mi veniva naturale mentire a coloro che chiedevano informazioni sul gregge che avevo posto in vendita.

Senza accorgercene gestivamo le cose in modo da alzare le richieste. Ci rendevamo conto che avevano un grande valore, almeno per noi. In realtà era un modo per andare incontro a dei rifiuti, affinchè le trattative non andassero a buon fine.

Di pari passo, i ricordi di ciascun animale, tornavano alla mente. Affioravano con una dolcezza inusitata. Intervenivano ad animare i sogni. I loro campanazzi festosi, i prati smeraldini che come onde si flettono sotto la brezza primaverile.

Si inverava progressivamente il detto "conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me". Il carattere di Bruna, quello di Augusta, la mansuetudine, per ora, del becco Adolfo. E così via, per ciascuna. Vederle bambine...e poi madri. Quante storie mai raccontate! Quante vicende per tanti insignificanti per molti... Per noi no.

La grande promessa, "e vi sarà un solo gregge, un solo pastore" è una speranza per il nostro mondo globalizzato, piaccia o non piaccia, sarà uno. Ma il buon pastore ancora non si vede Vegliamo come sentinelle nella notte in attesa dell'alba. Forse la dorata aurora è prossima, nonostante gli forzi dei mercenari, banchieri ed usurai.

La grande speranza è che il gregge ed il pastore saranno una cosa sola. Albeggia il divino al di là dei dualismi, dopo tanta lontananza.

Non vendiamo più il gregge. Abbiamo cancellato l'annuncio.



mercoledì 28 dicembre 2011

Un dono di Natale, così poco natalizio,

Si sa questo è periodo di regali. Forse un'usanza le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Ben anteriore alle celebrazione natalizie di stampo critiano.
Questi sono i giorni del solstizio d'inverno. Il sole compie il suo giro di boa. Riprende il suo percorso di rinascita.
Poi, si sa, il consumismo moderno ha preso il sopravvento. La festa del sole invitto ha dovuto lasciar il passo all'amnesia totale dei tempi moderni, e il bottegaio diventa il 'sacerdote' del culto novello. Ma lasciamo, per ora, che i morti seppelliscano i loro morti; e il silenzio li inghiotta tutti quanti.

La sorte benigna ci ha dati degli amici straordinari. Istintivamente estranei, impermeabili alle lusinghe false e bugiarde dei riti natalizi dei nostri giorni. Parliamo di Elena e Gigi.

Si stanno adoprando in due arti. Quella che cura la famiglia, vascello vetusto che sfida la modernità in marosi sempre più minacciosi. Fatica del tenere la rotta sulla giusta via nel caos, del disordine, dei rapporti stravolti a cui tacitamente andiamo assuefacendoci. E l'altra arte è la ceramica. Tre piastrelline di dieci centimetri di lato incollate, disegnate dalle tenere mani della mamma-artista Elena, sensibilità pulita come l'acqua chiara dei nostri ruscelli e poi cotte nel forno di Gigi, moderno alchimista che si muove tra sali minerali, tempi, temperature e cristallina.




Ritraggono tre momenti di vita nostra, sarei tentato di dire anche, a mo' di auspicio, comunitaria, condivisa, qui sul "Tracciolino". Una raffigura la capra Bruna, la matriarca del gregge, delicata ed elegante, sta per diventare nonna, ma è essa stessa in dolce attesa. Oggi stesso, Gigi ci ha portato su con il suo 'pick up' due ballone di fieno, Bruna lo ha già assaporato, ed ora mentre scriviamo probabilmente si sarà addormentata accanto alla sua prole e premurosa di altre tenerezze per ciò che tiene in seno.
La seconda raffigura un momento estivo mentre allungo un pezzo di pane ad una capra. Siamo immersi nel verde prato, alimento dello Spirito, e consolazione degli occhi ristorati dalla rigogliosa vita. Infine il gallo, che affascinava per i suoi vermigli riflessi che il sole ravvivava nei colori in trasparenza e le piume rosse e un'intera tavolozza di terrecotte da far impallidire il più esperto vasaio. Ora se l'è preso una volpe, un paio di giorni fa. Il mattino è più silenzioso ora, ci manca il suo canto. Ma prima di andarsene forse ci ha lasciato un uovo che abbiamo provveduto a mettere, in suo onore, in incubatrice. E' il trionfo dell'antieconomicità. Un comportamento irrazionale, ma votato al sublime.
Ora il pennello di Elena continuerà a farlo vivere tra le nura di casa nostra. E, se Dio ci sarà benigno, avremo anche un suo erede.

E' un privilegio raro avere amici così. Che ci ricordano nelle pieghe intime del cuore, con presenza forzosamente discreta, sommessa, lontana mille miglia dalle borie e i clamori superboriosi dei cosiddetti artisti, dalle gallerie e le quotazioni del mercato dell'arte. E' la modestia connaturata nell'anonimato dell'antico artigiano che qui trionfa, si riprende quel glorioso posto che gli spetta, che i secoli ingrati gli hanno sottratto.

Sarebbe giusto trattarlo per quello che è: un tagliere. Dovrei metterlo in tavola ogni tanto. Quando c'è bisogno di tagliare un salame o del pane, o del formaggio. Giusto. C'è più arte in una scarpa tradizionale che in una tela da appendere ad una parete da intonare alle tinte della tappezzeria e dei sofà. Giusto. Ma non ci riesco, credo che finirò per appenderlo quel tagliere. Per noi è un'icona, un supporto per la meditazione, spira da queste tre piastrelle il segreto della vita quassù sul "Tracciolino". Una vita scelta, contro le comodità e gli interesi materiali, aliena da influenze economiche (almeno, per quanto è umanamente possibile), a suo modo un'opera d'arte, più aristocratica di quanto possa apparire. Cosa si può pretendere di più dall'amicizia...