domenica 5 febbraio 2012

Il Leon di Castiglia e Tex Willer.


Ero un ragazzino di dodici anni, e correva l'anno 1961.
Cento anni dall'Unità d'Italia. A Torino, prima capitale del Regno e del primo Parlamento, avevano fatto festeggiamenti speciali. Ricordo una ferrovia sopraelevata, o qualcosa del genere. Poi anche un edizione speciale, da parte dei Monopoli di Stato di una edizione celebraativa di una marca di sigarette. Forse ero alle prime armi di fumate clandestine e trasgressive. Il brivido di 'respirarle', e poi mangiare caramelle di menta per camuffare l'alito per non essere scoperto dai genitori.
Ci si preparava a scuola con opuscoli e lezioni speciali da parte del maestro con largo anticipo, forse dal '59 perchè mi par di ricordare bene di frequentare la quinta elementare.
La selezione canora alla scuola elem. "De Amicis", un nome una garanzia, al pianoforte col maestro di canto. Mi sono reso conto di quanto fossi stonato. Nen credevo neppure io fino a che punto. Era diventato un incubo. Pur con una performance da far rizzare i capelli in testa, fui ammesso a partecipare al coro della scuola incaricato di cantare una nutrita serie di canti risorgimentali  in una mega manifestazione cittadina. Dal che dedussi che, i saggi di ammissione al coro erano puramente formali ed avrebbero accettato tutti pur di far numero. Intanto in mezzo a quella marea di ragazzini...mica avrei potuto far stonare centinai di altre voci! 
Garibaldi era un eroe a tutto tondo. Anzi doppio eroe: dei due mondi, addirittura. Non un bandito massone al soldo di interessi a lui ampiamente superiori, soprattutto francesi ed inglesi. Capo di un 'esercito' mai esistito ed utile proprio per questo, perchè banditesco ed irregolare, non considerabile espresssione di alcun Stato. In tal caso, si sarebbe macchiato di un deliberto delitto di agressione contro un altro Stato indipendente e pacifico, il Regno delle Due Sicilie. Insomma ha fatto il lavoro sporco, come si direbbe oggi, da paravento o false-flag per conto del Regno Sabaudo di Sardegna. A Teano, il parvenu Garibaldi non poteva far altro che consegnare al titolare ciò che aveva proditoriamente strappato con la forza ad una nazione vicina e consegnarla al suo reale mandatario locale piemontese per conto delle potenze europee allora in campo. 
Garibaldi, fratello massone, ma noi si cantava del risveglio del "Leon di Castiglia" che aveva il gran potere quello di "scoprire le tombe" e  far "risorgere gli eroi". Ragazzi e bambini che cantavano a squarciagola, con l'entusiasmo della loro età. Ora quell'Italia mi sembra tristemente somiliante alla Corea del Nord. Oppure alla stessa Italia anteguerra, coi coetanei suoi Figli della Lupa, ma cantavamo sotto un diverso direttore...
Mazzini era poco cantabile: assai meno epico, lo si immaginava sempre macerato e contrito tra i libri, preda di rimorsi di coscienza. Non te lo immaginavi proprio cavalcare un destriero bianco, all'aria aperta,  vestito in rosso con immancabile mantello. A me piaceva, assomigliava anche, almeno un pochino, a Tex Willer, l'eroe dei fumetti, di cui ero un appassionato lettore. Di Vittorio Emanuele II pensavo quello che tutti pensavano, che stesse solo facendosi i cavoli suoi, legittimante, per altro, da buon monarca del tempo.


Poi, dalla sua, Garibaldi aveva le carte in regola. Tant'è che a lui si richiamarono in seguito parte delle formazioni partigiane,  le "Brigate Garibaldi", con tanto di orpelli rubizzi, che hanno portato male, ma allora pareva la chiusura perfetta del cerchio. Erano loro a dirlo. La Resistenza come compimento del Risorgimento. "Eguaglianza o morte" era il detto cisalpino e democratico, ma io pensavo alle sigarette "Mentolo" e misteriosamente quei "nemici" austriaci, con le loro belle divise bianche immacolate da ufficiali con basette e mustaches, non lo nego, esercitavano un certo fascino che dovevo tenere clandestino, ovviamente.
Devo confessare che il mio debole represso per l'Impero Austro-ungarico, mi rendeva persino un po' sinistro ai miei stessi occhi. E, non chiedetemi perchè, penso che sia connesso alla domanda, una volta diventato professore,  che spesso rivolgevo ai miei studenti per capire se c'era o ci faceva. Chiedevo la differenza tra due termini 'imparentati' da una retorica simile ma difficile da cogliere agli occhi di un ragazzo, tra Risorgimento e Rinascimento. E immancabilmente mi risultavano più simpatici quelli che andavano visibilmente in confusione.

Solo successivamente ho capito, credo. Quelli che dimostravano di ben cogliere la differenza, in fondo erano quelli più indottrinati dalla vulgata progressista... i confusi mi parevano ancora liberi di scegliere!
Non l'avrei detto. Ma sono arrivato anche al 150°. Il crogiolo è ancora in ebollizione... gli italiani restano, come allora, da fare. Forse la crisi epocale che stiamo attraverando distillerà una soluzione. Forse.

Ne riparlermo al bicentenario!



venerdì 3 febbraio 2012

Mica male per un pazzo!


O Roma o morte!

Verso la fine del gennaio 1944 Hitler in persona inviò ai suoi generali in Italia un messaggio in cui coniò il termine “Battaglia per Roma”, non solo da un punto di vista strategico-militare, ma come una battaglia per la difesa della civiltà europea di cui Roma era capitale da 2000 anni. «Entro i prossimi giorni la “Battaglia per Roma” avrà inizio. […]. Lo sbarco a Nettuno segna l’inizio dell’invasione dell’Europa. […]. Essa mira alla distruzione della Germania e della Civiltà europea».(1) Queste parole sfatano il mito di Hitler ‘tiranno pagano’, ripieno di odio verso la civiltà latina e ossessionato dal dominio germanico sull’Europa e su Roma. Occorre saper distinguere, senza cadere nell’eccesso opposto di fare di Hitler il paladino del cristianesimo; occorre, cioè, vedere e studiare serenamente ed oggettivamente le cose, rivisitando le opinioni che la vulgata dei vincitori ha sparso a piene mani nei libri, nei giornali e nei mezzi audiovisivi. Certamente nel 1944 è iniziata l’occupazione dell’Europa ad occidente da parte dell’americanismo sensista e liberista e ad oriente da parte del bolscevismo materialista e collettivista. Anche la figura storica di Hitler ha diritto ad un esame obiettivo e senza pre-giudizi né pro né contro, e, senza il timore di essere chiamati “nazisti” per voler vedere le cose per quel che sono state realmente e non per quel che ci vengono presentate dalla cultura illusionistica post-moderna. 

(1) Citato in W. Vaughan-Thomas, Anzio, Milano, Garzanti, 1964, p. 122.  Mica male per un pazzo!

Vedasi per l'intero articolo:
http://www.doncurzionitoglia.com/i_vittoriosi_d_italia_sconfitta.htm




Soliloquio di un inter-naufrago.



18 dicembre 1943. Questo grido sdegnato.

"E' dunque Italia quella che egli [chi?] rappresenta? Dominata da quei popoli [quali?] che, non contenti di aver distrutto le nostre case, ora vogliono i nostri uomini per portarli nelle loro miniere, i nostri figli per educarli al perfetto bolscevismo? E' dunque Italia quella (di coloro) che...rifiutano di difendersi e temono impugnare le armi per scacciare il nemico che invade il nostro suolo [banchieri europei e mondiali], minacciando le nostre famiglie?"

Solo una donna, eroica, poteva pronunciare queste parole. Le ricordiamo qui, oggi. I riferimenti sono ancora quelli di allora. Nulla è cambiato. Semmai tutto si sta per compiere. Molto si è realizzato di quello che allora era solo paventato. 


Il grido materno che urla per difendere,  madre orgogliosa,  i suoi uomini e i suoi figli. I primi mandati a lavorare come schiavi "nelle loro miniere". E i figli educati, cioè tirati su dal nemico, ai dogmi del "perfetto bolscevismo", vale a dire, nel linguaggio di oggi, al modernismo materialistico-economicisa imperante, monoteismo idolatrico. 
Non viviamo oggi in una profonda ed oscura"miniera" finanziaria? Non siamo invasi ancora da un governo straniero e sovranazionale, non votato, ostile, che non fa altro che chiederci alienazioni di sovranità? Sempre più schiavi?  Una oscura tenebra avvolge il futuro degli uomini. Il tunnel dei debiti, dei titoli di stato, dei debiti sovrani ei relativi interessi: Questa è la miniera in cui come in una bolgia da solfatara, azzittiti dal parlare vano nei social network. Compreso questo. Vaniloquio impotente. Vani anche gli appelli ad  agire. Siamo imprigionati in una realta virtule, dalla sbarre impalpabili. Mentre i nemici vedono le loro quotazioni dei titoli di Facebook crescere miracolosamente. Ci credo! Si ricompensa una tale impresa di incatenamento delle masse laggiù nelle "miniere" e nella desolazione dei ""figli" rieducati alle logiche dei vincitori.


La voce amica mi sussurra di non crucciarmi per tutto ciò. Intanto non  possiamo farci nulla. Gustati - mi dice - la solitaria montagna, incontaminata, pura, estatica. Estraniante. Non ce la faccio. Essa i placa. Ma non la posso strumentalizzare per comodo personale. Ha il sapore di un orribile incubo. Qualcun altro mi parla di una pillola rossa di Matrix. atico a cogliere il riferimento hollywoodiano. Non fa parte del mio mondo ddi vinti. Anzi Hollywood sta dalla parte degli "alleati" invasori , è un invasore. Come facebook.



Cerco e grido anche come quella donna, condannata solo dopo qualche mese, a catastrofe consumata, per quelle parole, a ben tre anni sette mesi e otto giorni di carcere. Una delle tante micro-Norimberga, che ci fanno sentire vigliacchi, codardi silenziosi, testimoni pavidi, vergonosi. No non im cruccio, voce amica. 
Non si perdona di pensarla diversamente. La fessura di una diga è pericolosa alla dittatura democratica. Eravamo agli albori del dopoguerra. La premessa promette bene. Si capisce perchè colpire la femminilità, ovunque si celi, nella donna ovviamente, ma anche nel'uomo, diventa una condizione necessaria al vivere "nelle loro miniere". I figli e le figlie "educati al perfetto bolscevismo" si vergonano delle loro virtù, pensano a diventare funzionali e asessuati "minatori". Uomini effeminati, donne virilizzate, omosessualità e transgenericità  a piene mani. Il caos si fa titanico. Il Demiurgo assurge a dimensioni mai viste prima.

Per reagire a tutto ciò ho sofferto molto. Ho scombussolato vite. E non ho finito. Voce amica, come faccio a consolarmi con le visioni delle vette, se queste non sconfinano nei destini spirituali della nostra civiltà che va dissolvendosi? Se on sconfinano nella rivolta metafisica? Non è politica. E' una necessità vitale.
Cara voce amicaa non riesco a seguirti. Soffrirò da esule in questo mondo, sognando la speranza di un possibile avvenire. Non riesco a far diversamente. Solitudine, mia fedele consorte. Gli occhi dolci di un di forze giovani, forti e speranzose, allieterebbero i miei  stanchi incubi di vecchio che si siede ad aspettare, e rimugina, chiuso nella sua cella di monastico internaufrago  nel mare di un network.





giovedì 2 febbraio 2012

Che Bello .... Che Brutto



Che bello, finalmente è arrivata la tanto attesa neve, e quanta ne è arrivata !!!
Che bello ricordo che negli anni della mia gioventù ci si alzava al mattino e guardando dalla
 finestra si scopriva il paesaggio innevato, era festa dentro di noi. Era certo che in giornata si
 usciva con lo slittino per divertirci nella la neve.
Che bello non era necessario telefonare agli amici, ci si trovava già sul posto pronti al divertimento un sincronismo perfetto, non necessitava un sms.
Che bello, si sciava tutto il pomeriggio anche se la neve continuava a scendere, le guance e le mani erano arrossate..... che bello.
Che bello ci si inzuppava tutti i vestiti, ma si era felici e contenti, contenti di arrivare a casa e togliersi gli scarponi riporli vicino alla stufa ( Butagè), togliersi le calze bagnate e accoccolati alla stufa ci si riscaldava il corpo, l'anima era già calda da una giornata stupenda passata in mezzo ai boschi, all'aria pura, al paesaggio innevato, allo spettacolo che la natura ci offriva gratis, a rotolarsi nella neve, a dissetarsi con la neve, a fare finta di non sentire il freddo alle mani e ai piedi.
Che bello a casa non c'era la mamma o il papà, lavoravano sino alle 22, quindi necessitava rientrare per tempo, c'era da accendere la stufa, fare asciugare i capi bagnati, nonché riscaldarci abbondantemente quasi a compensare il freddo accumulato nel pomeriggio di giochi.
Che bello il giorno successivo quasi sempre si costruiva il pupazzo di neve magari munito di scopa in saggina e cappello di paglia, serviva per verificare quanto impiegava a sciogliersi e come si trasformava nel sciogliersi, non potevamo farlo il primo giorno dovevamo slittare con lo slittino.( Oggi BOB)
Che Bello esplorare , nei giorni successivi alla nevicata, i boschi, i prati, il ruscello che porta l'acqua ai campi con i ghiaccioli formatisi ovunque.
Che bello poter dissetarsi con quei ghiaccioli non c'era il problema dell'inquinamento o forse c'era ma non lo sapevamo, eppure siamo qui grossi e pasciuti nonostante tutto.
Che bello vedere passare lo spartineve trainato da un camion con 2 o 4 a volte anche 6 persone sulle lame   dello spazzaneve a fare da peso.

Che brutto vedere la neve che non ancora toccato il suolo ed è già inquinata ( adesso lo sappiamo)
Che brutto sentire tutti che si lamentano delle strade innevate, le strade innevate non fanno più parte del paesaggio a nostra disposizione ci fanno perdere tempo e soldi.
Che brutto non vedere i giovani che giocano con la neve nei nostri boschi o nei prati.( pare che si sporchino i vestiti)
Che brutto vedere queste giovani mamme che non riescono a far giocare i propri figli con quello che madre natura dona, ma necessita: la tuta per sciare, il casco, l'assicurazione per eventuali danni a se stessi o alle cose e per ultimo una località sciistica famosa.
Che brutto preferire un giorno davanti alla tv oppure a un videogioco, al paesaggio invernale con piedi e mani bagnati e freddi.
Che brutto non poter coccolarsi una stufa (Butagè) per asciugare i propri indumenti bagnati e contrariamente a una volta oggi avremmo necessità di riempire anche l'anima di vero e sano calore.
Che brutto scoprire che i giovani non sanno più costruirsi la slitta, come si faceva ai miei tempi, bastavano quatto pezzi di legno chiodi e viti ed il gioco era fatto, senza farsi male.
Che brutto vedere che i pupazzi di neve si fanno ancora si … ma nelle pubblicità televisive.
Che brutto non vedere i giovani che si prendono a palle di neve.( Rischiano una denuncia)
Che brutto non poter più dissetarsi con la neve............ qualcuno l'ha inquinata, le guance e le mani non sono più arrossate, se lo sono è dovuto a qualche allergia o altra strana malattia, che brutto.
Che brutto.....................................................................

domenica 29 gennaio 2012

Il vestito bianco della sposa.

La legnaia, come si presentava questa mattina.


Proviamo ad uscire di casa.


Cassetta delle lettere.

Casa, lato ovest.

Lungo il Tracciolino, o provinciale "Panoramica".

Venendo da Andrate (To).

Il tetto nuovo della casa.

venerdì 27 gennaio 2012

Epifania mattutina.



E’ ancora buio. Se vivessimo in città, direi che tutti ancora dormono, il trambusto quotidiano deve aancora iniziare. Ma qui il trambusto quotidiano non esiste. Ieri è passata una sola automobile, forse due, in tutto il giorno. E ancora non è caduta la neve, ad isolarci, ovattata.
Figuriamoci la notte. Le notti d’estate sono popolate da  una gran varietà di animali  del cielo e della terra. Ma d’inverno, no. Se ne stanno rintanati anche loro. Escono solo se necessario. Le caprie se ne stanno volentieri al calduccio in stalla. Abbiamo chiuso le principali feritoie da cui spiffera un vento tagliente. Solo il nostro cane si sente vigila contro i suoi fantasmi.
Mi sveglio in un sussulto. La respirazione difficoltosa. L’aria non vuole entrare nei polmoni. Bisogna introdurla con fatica. Un respiro dietro l’ltro. Sembra una missione impossibile da portare a termine. Faticosa. E poi, mi chiedo, dovrò continuare finché non ritornerà un respiro normale; se tornerà…Se non ternerà?
Il panico si impadronisce di me. Sudo freddo. Il naso è quasi occluso, intasato. Ricordi famigliari. Mio fratello, che da questa prova è stato preso di mire, mi ritorna agli occhi. Mi guarda, non dice nulla, ma vorrebbe dire. Deve risparmiare le parole. Ogni parola emessa è aria sottratta alla respirazione. Scuote per  questo il capo e mi dice, con un filo di voce e con uno sguardo implorante: “E’ brutto non poter respirare…è brutto!”
Poi altri fantasmi mi si affollano davanti. Un giovane dalla vita sventurata, che abita vicino a noi quando ancora, una vita fa, abitavamo in città. La voce pietosa che solo una mamma può avere per il suo figliolo, mi dice, con parole che mi scolpiscono dentro come è morto. Preso alla gola. Senza aria. Come deve essere stato anche per le vittime della nave ‘Concordia’. Agitandosi, non riusciva più a stare a letto. Si lanciava alla finestra, l’apriva. Non importava la temperatura che potesse avere, ma cercava l’aria.


Di sicuro ho perso il sonno. C’è ancora buio. Misuro un’angoscia crescente, un respiro portato a termine, sembra un successo. Ma ne sta per cominciare un altro. Faticoso, duro, ostile. Foriero di prospettive che circostanziano a dovere la fine della nostra esistenza. Anche gli affetti più intimi, anziché portare conforto, come ci si potrebbe irenisticamente pensare, sembrano un intralcio, un appesantimento di quell’operazione naturale, cui in condizioni normali non poniamo neppure un attimo di considerazione.
Ci sono momenti in cui si percepisce chiaramente che il corpo, come residenza quotidiana, non sembra più un posto ospitale. La difficoltà fisica non approda ad una soluzione, che non sia quella di lasciarlo. Ma è una parola! La cultura non ti serve a nulla allora. Il sapere men che meno. Bastono i soliti e buoni vecchi consigli della nonna. Seduto sul letto, o alzato in piedi cammino un pochino. Sembra vada meglio.
Ma che ci faccio qui in piedi? Torno a letto, profittando del leggero senso di benessere che provvisoriamente ha fatto capolino. Ma oramai il demone non mi dà tregua. Attacca, colpisce, senza un attimo di riposo. Bisognerebbe staccare il cervello, penso. Potrei prendere una pillola, ma so che me la devo vedere io con quell’attacco, non posso sottrarmi a questo dovere, profittando di un ‘golem’ chimico. Di troppi errori abbiamo disseminato la nostra vita, per poi svignarsela in questo modo. Troppo comodo. In quel momento, niente ti sarà di aiuto… riecheggiano parole forti, ma sono alle corde.
Mi sembra d’essere completamente accasciato sotto i suoi colpi. All’improvviso mi viene in mente, senza che la pensi, una parola, anzi la Parola. La Misericordia, ar-rahman. Questa è la cosa che ci vorrebbe. La medicina salvifica per eccellenza. Ma la ‘cosa’, non la sua definizione.
Il cielo è ancora nero. Prima del farsi del giorno, è l’ora propizia. La mia vita in una parola. In principio era una parola. Ma anche alla fine. Tutto quello che ho fatto è per nulla. Al di la del bene e del male, risiede su un trono invisibile questa Parola, la Misericordia Suprema, Inderimibile. Poterla avvicinare sembra un sogno. Sembra un sogno anche che l’aria non devo più spingermela dentro a forza. Non riesco a crederci. Ora che ripercorro l’esperienza nel raccontarla e nel porgerla a voi che leggete, mi vien da piangere, ma due ore fa ne avevo un tremendo bisogno. Non pensavo a piangerci sopra, ero in presa diretta con ciò che non si può dire, l’Improferibile.
Ma che ci faccio ancora a letto? In posizione eretta non si respira meglio? Forse è stato solo in intasamento di naso. Un banale e neppure grave aspetto di un comunissimo, raffreddore, e neppure grave. Accendo il fuoco. Il sacro fuoco della Madre terrena angelicata mi dona del suo, mi scalda, mi consola. Gratitudine. Solo un raffreddore?
Albeggia intanto, compaiono le prime nubi disegnate in cielo dall’astro che sorge. Dicono che presto nevicherà. Bene. Posso sempre uscire e prendere due pezzi di legna.
Invece  mi metto a scrivere. I problemi del mondo sono lontani quanto basta. La vita riprende. Ma non come prima. Meglio… si respira molto meglio…ora. C’è qualcosa di leggero nell’aria. Esco a vedere se è veramente leggera e fresca, con la scusa di prendere due pezzi di legna…

giovedì 26 gennaio 2012

Meriterebbero un ripensamento...


Oggi è l’Australia Day, l’anniversario dello sbarco dei primi colonizzatori inglesi nella Baia di Sydney, avvenuto il 26 gennaio 1788. In Australia ci sono festeggiamenti, fuochi d’artificio, vengono consegnate le più alte onorificenze pubbliche, e il primo ministro tiene solitamente un discorso alla nazione. Il 26 gennaio, però, per gli aborigeni australiani è l’Invasion Day, il Giorno dell’Invasione, che fornisce la versione della storia dei loro antenati, maltrattati, soppressi e derubati delle loro terre dagli inglesi. 



Catene materiali e catene spirituali (il grembiulino copripudenda, insopportabile vista per la civilissima vittoriana potenza occidentale).

Gli esprorii continuano ieri come oggi, in Australia ome in Palestina. Stesse loghiche stessi attori


Solo uno dei tanti episodi della 'civilta' che oggi rappresenta la guida mondiale. Nessun revisionismo storico li ripagherà, nè loro lo chiedono. Non rimane che prendere atto e conoscenza della dottrina dei cicli storici irreversibili della Tradizione perenne, e possibilmente farla propria.

Non revisionismo di rito, ma un profondo ripensamento si, questo è possibile.




Veneravano la loro sacraTerra, tramandatagli dagli antenati, gli avi dai quali l'avevano ricevuta con l'impegno di accurdirla per poterla tramandare, a loro volta.
Di un enorme tempio-continente han fatto terra di saccheggio. Anche qui spadroneggiano multinazionali e finanza internazionale, gronda di banking systems.
Come per i Pellerossa nord-americani, non ne valeva forse la pena, guardare ora che immensa civiltà di cui andare fieri è sorta sui loro incolti spazi? E questi palestinesi, cenciosi e impolverati, baraccati nel deserto? Lasciateli a Giuda e vedrete che giardini vi fioriranno sulle loro terre!
Vedrete...