domenica 22 maggio 2011

Sopra la banca lo Stato campa, sotto la banca lo Stato crepa







Usura: prestito o mutuo del denaro o di una res cosnsumptibilis a interesse o pagamento, per l’uso del denaro o della res stessa. L’etimologia è uso o consumo, ossia mi devi pagare anche il consumo o il suo uso. Onde se ti dò 100 lire dopo un mese mi dovrai 100 + 10 lire.


L’usura per san Tommaso (S. T., II-II, q. 78, aa. 1-4) è peccato contro la giustizia commutativa (che obbliga al contraccambio equivalente, se ho ricevuto 100 kg di oro debbo solo altri 100 kg di oro, né più né meno). Per Platone, Aristotele, Catone, il Codice di Giustiniano, i Padri latini e greci, san Tommaso e gli scolastici, il denaro non è una cosa produttrice ex natura sua di nuovo valore. Per la modernità, invece, il denaro è una res che per sua natura produce altro denaro.

Li itiamoci a ricordare solo cinque concilii ecumenici (Lateranense III, IV, V, Lugdunense II, di Vienne) hanno condannato l’usura. Benedetto XIV, enciclica Vix pervenit 1° novembre 1745 ha confermato le leggi precedenti. «Dal prestito, per sua natura, si esige che sia restituito solo ciò che fu prestato. Se si chiede più di ciò che si prestò, pretendendo che oltre il capitale sia dovuto un certo guadagno in ragione del prestito stesso, vi è usura.

Secondo la Teologia Scolastica solo due fonti possono dare lucro lecito: la natura o sostanza (albero da frutta, casa, terreno); e il lavoro (seminare, irrigare, mietere, potare, raccogliere). Anche Dante riprende tale concetto “E poiché l’usuriere altra via tene, per se natura e per la sua seguace [industria o lavoro]/ dispregia, poi ch’in altro [guadagno per l’uso del denaro prestato] pon la spene” (Inf., XI, 109-111).



La civiltà tradizionale, anche quella cristiana medievale occidentale, ma non più quella moderna che cristiana non è - avendo il 'Pastor di Roma' e i dignitari suoi in prima fila, nella loro generalità, tradito il Kristo, si curano solo dei 'vivagni' loro - esalta il lavoro, i laboratores, in una tripartizione affine all'uso indo-ariano.

Detto per inciso, gli scalpellini , i pica pere, della Val Cervo, derivano senza dubbio da questo lontana parentela massonica operativa, marcatamente corporativa.

Il sistema delle caste e delle corporazioni, artes o collegia, costituivano un invalicabile baluardo contro la disgregazione sociale e morale apportata dall'usura.

S'è parlato del 'ricatto economico' in precedenza, denna ;urgenza e improcrastinabilità di misurarci con senso virile di impegno e coraggio, ebbene ecco queste sono le radici intime del male, l'idra che il guerriero dovrà sconfiggere.

Il montanaro-guerriero dovrà cercare l'indipendenza dal denaro, dalle sue subdole metastasi; ricercare l'autosussistenza, il baratto, la felicità della speranza di poter assaporare la libertà. Libertà che ricrea e ridona la nostra dimensione originaria.

«L’unico onere imponibile nel mutuo è quello della restituzione del denaro nella stessa quantità in cui fu ricevuto, […] traslazione del dominio egratuità dell’uso. Violando questo si ha l’usura» (F. Roberti-P. Palazzini, Dizionario di Teologia Morale, Roma, Studium, 6a ed., 1968, 2° vol., p. 1738).

venerdì 20 maggio 2011

La morsa e la radura.





Spesso nei lavori da svolgere qui al Tracciolino, piccole cose intendiamoci, lavori che mi trovo da solo a svolgere, spesso due mani non mi bastano. Perlomeno, se ce ne fosse una in più sarebbe di grande utilità. Ma che faccio chiamo un amico tutte le volte che devo radrizzare un ferro?

Gigi, pazientemente, mille volte mi ha suggerito che mi ci voleva una morsa. Ma io, testone, e pigro, come se, una parte di me, non volesse rendermi la vita più facile., non lo ascoltavo che ditrattamente. Chissà dentro di me con quale segreto, sobillatorio e cospirativo, per avere una scusa, un alibi perchè le cose mi potessero sempre andar male.

Rotti gli indugi, l'altra mattina, metto insieme l'occorrente.


Tre tavole di castagno, di spessore robusto, più di un metro lunghe, recuperate dal vecchio solaio. Da un rigattiere, per una quindicina di euro, mi sono procurato una veccia morsa. Quello moderne costano di più, e neppure hanno la robustezza e la funzionalità meccanca di quelle vecchie. Il telaio del banco da lavoro l'ho messo insieme, con ben poca precisione, tagliando e saldando diversi pezzi di ferro che un amico mi ha procurato, erano da pali e segnalitica abbndonati in cantieri stradali. Mi ha detto: "Ti servono?"
"Si, ... forse...", faccio io.
"Prenditeli".

Quando li ho portati a casa non ancora sapevo a cosa mi potesero servire. Spesso accade dalle nostre parti, non è per taccagneria. Ma in montagna non si butta niente di ciò che si dispone: portarli in alto conferisce già di per sè un valore anche agli oggetti che ancora si deve scoprire a cosa servono.

Ora ne vado fiero. Ho ingrassato la vite di scorrimento della slitta, oliato la morsa, ed un antico colore bleu è riemerso dalla ruggine. Funziona perfettamente, come una Bugatti d'epoca. La considero la mia mano destra. Quella che mi aiuta, come un'amica. Mi dà una 'mano', ed io riesco a lavorare con le mie due.

Mi facilita la vita, in qualsiasi momento operoso. E' entrato con eleganza e prepotenza, a buon diritto a prendere il suo posto, posto che le spetta, posto d'onore di un utensile antico, da fabbro ma versatile. Una presenza positiva, disponibile ad offrire collaborazione in ogni momento che la necessità lo richieda.

Sotto il banco si vede un borsone. Ricolmo di fieno maggese, tagliato da pochi giorni, profuna come una ghirlanda di fiori. Sono i fiori, di mille fogge e colori. Odorosi solo come la tavolozza della privamesa a maggio sa proporre.


Ho aperto con la nuova motofalciatrice a barra una strada tra l'erba che intanto ha raggiunto l'altezza delle ginocchia.

L'estate scorsa era ancora, per me, qualcosa di intrusivo, troppo tecnologico. Mi spaventava. L'inverno l'ha passata all'aperto praticamente. Ce la siamo comprata facendo un certo sacrificio economico. Non sapevo ancora se ne valesse la pena...
Ora, la uso quasi con quotidianità, non la sento più estranea. E' la cosa giusto nel momento giusto. Non appena l'erba si fa alta, ne profitto. Non aspetto che sia l'aspetto selvatico dei prati ad impormelo. La prendo d'anticipo.
Ed anche il prato ben rasato come un tappeto da golf, o quasi, con eloquenza dice a tutti i passanti che quii la montagna ancora vive, qai al Tracciolino ha ancora delle storie da raccontare, fiera testimonianza dell'antica simbiosi tra l'uomi e la montagna, antica quanto il mondo, e sempre più attuale. Storia altrettanto antiche di profumano di eternità, di immutabilità del destino umano. Storie che richiamano con forza dalle distrazioni frenetiche delle città, quasi morbose.
Me ne sono convinto quando l'altra domenica quando un camminatore che sembrava l'esperto di un gruppetto di turisti, passandomi vicino e poi andando poco oltre, lo odo affermare con una certa sicurezza: "Di qui si scende a Donato!".
In realtà, per di lì si scende solo ai prati sottostanti, non si va da nessuna parte, la strada d'erba che avevo appena aperta, mi serviva ad attingere erba e ad aprirmi un varco allo scopo di foraggiarmene dell'altra altra. Aprire così un varco, una radura di civiltà, luminosa, uscire dal bosco, regno incontrastato della 'selva', per lasciare un segno bello e degno della presenza umana.

Di lì attingo alla ricchezza fiorita della primavera, e spezie e incensi d'Oriente mi accolgono, li raccolgo nel borsone solo dopo pochi giorni, giusto il tempo perchè i profumi si fissino, ma non abbiamo il tempo di disperdersi, mi porto in stalla, una certa quantità alla volta, un poco tutti i giorni. Mi sembra di essere un antico monaco che con sapienza umile coglie, da ciò che Dio porge agli uomini costantemente, le erbe per la sua farmacia, per i suoi lambiccanti elisir, tonificanti e medicine del corpo e dello spirito.
Non abbiamo farmacie noi. Molto più modestamente, un prosaico gesto di mantenere gli animali, ma a me pare come in un simposio orfico, riempio le mangiatoie, e guardo il piacere delle capre che gustano queste primizie. E la loro gioia è anche la mia.

Vallo a spiegare al distratto e frettoloso passante...


mercoledì 18 maggio 2011

Lettera aperta a Vincenzo.



Scusami Vincenzo, sarà l'età (62) saranno gli acciacchi, ma mi accorgo di diventare sempre più patetico.
Quando scrivi de "la reclusione forzata in un ufficio", un po mi si stringe il cuore. Per te, per Alessandro, attivo nel blog e spesso fisicamente qui sul Tracciolino, come per i miei e i nostri figli (che avrete o non avrete). Per me pensionato, impotente ad essere padre, ad esservi di aiuto. Mi chiedo con urgenza sempre pressante cosa si può fare, cosa posso e possiamo fare insieme e ciascun per parte sua.


Il minimo che tu possa fare è di non scusarti "per il desiderio di condividere un sentimento", ma anzi mi sento onorato da questo privilegio, e ti sollecito a questo.
Qui sul Tracciolino avremmo l'ambizione di coagulare la 'rivolta spirituale'- e i portatori sono molto di più di quando normalmente si creda - che inevitabilmente andrebbe perduta nella quotidiana rassegnazione, alienazione, dispersione.
Anche l'obiettivo di diventare un brillante business-man mi intristisce, mi inversa pensare a quel bagaglio di falsità e ipocrisia che si porta appresso. Adagiarsi alla 'vita ordinaria' è la cosa peggiore che un giovane possa fare. Equivale ad abdicare all'essenza di ciò che si è come essere umani. E anche quando se lo pone come meta ambita, in realtà si sta compiacendo di un accomodamento viene proposto, se non imposto. Quale abisso di dignità con un qualsiasi onesto artigiano, un contadino... o un alevatore di montagna... Come non commuoversi di fronte alla sacra sofferenza di quel pastore sardo - oggigiorno animati da un fermento che temo verrà strumentalizzato dai soliti voraci vampiri della modernità - che dice: "Io sono un pastore, voglio essere chiamato pastore!, non voglio essere un 'imprenditore agricolo'!" Memoria incrollabile, come i suoi nuragi, della simbologia che sostiene l'essere 'pastore', un 'buon pastore', come del resto agli 'artigiani', immagini visibili del 'Grande Artigiano'?
Il satanismo mondiale, con la sua industrializzazione e la diffusa e blasfema pratica del denaro prestato ad interesse, servi delle banche, propone il suicidio metafisico di massa, ai nostri giovani, e su scala mondiale, appunto. I "dogmi laici" non vanno subiti, ma riconosciuti e combattuti, prima dentro di noi, e poi anche al di fuori.
Esiste un ricatto economico cui è difficile sottrarsi. Ma l'unico modo per sentirsi vivi è combattere. Siamo nati per essere guerrieri, non passacarte.
Conosco persone che, giunti ad una certà età, non si allontanano dalle città per vivere vicini ai pronto soccorso ospedalieri. Noi abbiamo scelto di salire sui monti, di non farci spaventare dalla morte e dalla malattia, ricatto simile a quello economico per i giovani. E mi chiedo cosa possiamo fare per voi da quassù, tutti insieme, per sottrarci e opporci il più possibile all'infamia e alle future sofferenze che il ciclo ci si sta apprestando.Non accontentiamoci dell'angoluccio caldo, della disponibilità di un'ambulanza, sfidiamo come guerrieri porgendo il petto al nemico contro ogni illusione. Audere semper. Cementiamo le nostre forze interiori per poterle indirizzare verso obiettivi seri e veri, lontani dalle mode e dalle facili infatuazioni. Lontani dalle manipolazioni televisive o hollywoodiane.
Non mi spaventa di stramazzare a terra, magari in stalla, tra il letame, nella solitudine a guardare in faccia la morte. Mi basta tenere vicini la mano e il cuore di chi mi ama. Quale migliore viatico? Mi spaventa la medicalizzazione finale, le flebo o le speranze reposte nella salvifica tecnologica o, una 'casa di riposo', dai nomi rassicuranti,la morte anticipata che incombe su tutti noi "reclusi e forzati".
Scusami, forse non è solo uno sfogo. Ci vedo sempre più una linea di discendenza principiale, dalla dimensione metafisica, nella realtà della vita quotidiana, intesa come contrapposta alla "vita ordinaria". Quella vita che vorrebbero farci credere inevitabile, immutabile come fosse un destino. Così non è.
Ti prego di porgere attenzione alle parole di questo padre indegno.
Un abbraccio.

domenica 15 maggio 2011

Una riflesssione su parole guenoniane di saggezza.


“La civiltà moderna appare nella storia come una vera e propria anomalia: fra tutte quelle che conosciamo essa è la sola che si sia sviluppata in un senso puramente materiale, la sola altresì che non si fondi su alcun principio d’ordine superiore.”

"Una idea vera non può essere “nuova”, poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla.”

Tratto da “La crisi del mondo moderno” di René Guénon.


In una sintesi magistrale, in queste due citazioni, Guénon enuclea due punti forti su cui riflettere, che a suo parere caratterizzano la 'civiltà moderna': il materialismo esclusivo ed il carattere innovativo'.

La più incontestabile verità, cui non di rado i filosofi hanno fatto ricorso, è la tautologia, o principio di identità. Affermare che la proposizione A sia uguale ad A, A = A, non aggiunge nulla di 'nuovo', volendo, potremmo anche dire che non è progressista questo assunto basilare, ed al contempo è assolutamente ed indiscutibilmente vera. Considerando che tutte le formule matematiche, che poi funzionano da prototipo per quelle fisiche e quelle chimiche, si reggono sul principio di identità, =, altro non sono che derivazioni di un Principio Universale Immutabile, se vogliamo anche tautologico: Egli è Colui che è.

Dal che sarebbe errato dedurre la incompatibilità tra Verità, o fede nella Verità che è Religione - collegabilità delle esperienze diverse ad un Principio che è Uno - e le (mutevoli) verità scientifiche moderne, giacchè si collocano su due piano diversi i quali nè si incontrano, nè si contraddicono.

Ne consegue che nulla sia più falso e fuorviante del tanto celebrato conflitto, un cavallo di battaglia di tanti intellettuali universitari, tra cultura 'umanistica' e cultura 'scientifica' poichè, non essendo propriamente qualificate in nulla da dati metafisici, nè l'una, nè l'altra, più che confligere, esse appartengono ad un unico universo, empirico ed immanente, al massimo possono dar luogo ad una simulazione di conflitto, più o meno come accade con i temini 'capitalismo' e 'comunismo'.






mercoledì 11 maggio 2011

Un articolo tratto da "Il Biellese" di ieri

I "Valìt" costruttori di Italia
Era concentrato nella Valle del Cervo il maggior numero di costruttori di infrastrutture. Grazie alla loro abilità il Regno completò la sua complessa rete di collegamenti


10 maggio 2011







Lo studio della storia e delle tradizioni biellesi rivela l'importanza del contributo locale all’Unificazione italiana, di cui ricorre quest'anno il 150°, nella partecipazione dei costruttori biellesi, fondamentalmente tutti dell’Alta Valle del Cervo, alla unificazione fisico-operativa del territorio nazionale con tutta una serie di annessioni territoriali al Piemonte, un processo che richiese da parte dell’amministrazione sabauda un gravissimo impegno secolare non soltanto politico, militare, legislativo ed amministrativo, ma anche infrastrutturale.

Si trattò di collegare i territori man mano che venivano annessi con una rete efficiente di comunicazioni e trasporti: ferrovie, strade, ponti, gallerie, porti. Un'impresa immane che già dall’epoca di Emanuele Filiberto lo stato sabaudo ritenne prioritaria e che, grazie al pensiero di Cavour, il Regno di Sardegna pianificò nel dettaglio con il piano dei trasporti del 1844, aggiornato “sul tamburo” man mano che si prospettava una nuova annessione.

Un’impresa grandiosa, che il governo sabaudo poté eseguire in tempi ristrettissimi grazie agli ingegneri formati nell’Accademia e nell’Università di Torino e grazie alla disponibilità di imprese e maestranze considerate tra le più qualificate del mondo.

Queste imprese e maestranze erano concentrate nell’Alta Valle Cervo. Si erano fatte le ossa nei lavori di fortificazione voluti già da Emanuele Filiberto a partire dalla seconda metà del XVII secolo (si vedano le fortificazioni di frontiera, della Cittadella di Torino, di Fenestrelle, Exilles, Bard, poi di Casale, Alessandria e Genova, per citare le più importanti).

Avevano posto mano alla costruzione di Pietroburgo, avevano consentito a Napoleone l’apertura delle grandi strade internazionali del Moncenisio, Sempione, Gottardo.

Dopo la consegna della Sardegna ai Savoia avevano riattato le strade romane abbandonate da più di tredici secoli d’incuria, rimesso in funzione i porti di Porto Torres, Cagliari ed Olbia, aperto la nuova strada nazionale da Sassari a Cagliari. Dopo l’annessione della Repubblica Genovese, avevano ammodernato la strada Genova-Torino e la litoranea sino a Nizza.

Alla vigilia della Prima Guerra d’indipendenza avevano già posato la ferrovia Genova-Torino e stavano ultimando quella Torino-Chivasso-Santhià e le ferrovie d’arroccamento Alessandria-Vercelli-Genova, attraverso le quali sarebbe stato possibile alimentare lo sforzo bellico contro gli Austriaci del Lombardo- Veneto. Si trattava fondamentalmente di imprese familiari.

Ecco le più importanti nel XIX secolo: Bava, Biglia, Bosazza, Boggio, Bullio, Costa, Cucco, Gaia, Iacazio, Maciotta, Magnani, Mosca, Norza, Peraldo, Piatti, Rosazza, Savoia, Valz, Vanni.

La loro è una storia poco nota ai più, sebbene sia già stata tratteggiata da Remo Valz Blin nelle sue “Memorie sull’alta Valle d’Andorno", una storia che ben meriterebbe in questo anniversario un'attenzione particolare.

È una testimonianza impressionante anzitutto della capacità ideativa, organizzativa e finanziaria del governo sabaudo (oberato, tra l'altro, da enormi debiti di guerra) e particolarmente della incredibile capacità d’impresa di questo pugno di famiglie “valit”.

Certo anche gli stati preunitari avevano fatto la loro parte, ma dal punto di vista dell’unificazione nazionale il più fu certamente realizzato dai nostri “valit” che pure resero possibile l’amministrazione statale mediante la creazione di una infinità di opere pubbliche piccole e grandi.

Tra queste si hanno gli acquedotti di Forlì e di Palermo, l’Arsenale e la Darsena Militare di La Spezia, le centinaia di caserme destinate ad ospitare le nuove guarnigioni dell’Esercito Italiano, gli innumerevoli edifici pubblici, i Ministeri Romani, il quartiere Prati e la definitiva sistemazione degli argini del Tevere

giovedì 5 maggio 2011

Geronimo, Bin Laden e il nostro Indio.




Peace Reporter

Bin Laden - Geronimo, protestano i nativi americani

Il nome in codice scelto per il capo di Al Qaeda probabile paragone con il condottiero Apache. L'indignazione delle popolazioni native dell'America - I nativi americani, tramite la loro rappresentante al Senato Usa, Loretta Tuell, hanno protestato, esprimendo indignazione per il nome in codice "Geronimo" utilizzato dai militari statunitensi per indicare Osama Bin Laden nell'operazione in Pakistan, che ha portato all'uccisione del fondatore di Al Qaeda.

Una scelta che al momento non è ben chiaro a chi possa essere attribuita, Esercito, Navy o Cia, ma che sembra delineare un inadeguato paragone con il capo Apache del XIX secolo, condottiero delle ultime tribù native americane che si rifiutarono di riconoscere il governo di Washington. Geronimo lottò per anni contro l'esercito americano prima di arrendersi definitivamente nel 1886 in Arizona, dopo una latitanza durata cinque anni. Secondo la Tuell è inappropriato il collegamento tra "uno dei più grandi eroi dei nativi americani e uno dei più grandi nemici degli Stati Uniti". Geronimo, costretto in vecchiaia a rappresentare il Wild West, morì nel 1905 a 102 anni, ricordato come un prigioniero di guerra cui non fu mai permesso di tornare nella propria terra.


Penso a Indio, al suo turbamento - che è anche il nostro - e ai suoi pugni in tasca, nel leggere certe notizie. Ma forse non è una novità. Cerchiamoci una riflessione.

La lotta sacra - sacra non per legittimismo giurisprudenziale tra chi invade e chi subisce lo sterminio, ma per la lotta, forse anche inconsapevole, nei termini a noi famigliari, contro l'invasione materialista e ostile alla spiritualità indigena - la sacra guerra degli indiani, legittima ed eroica, che assicurato l'immortalità ai suoi Condottieri, ha fornito il pretesto, come è noto, un gran materiale alla propaganda hollywoodiana, un 'revisionismo storico' che ancora si può discutere senza timore di infrangere le leggi liberticide adottate da quasi tutti paesi occidentali per 'altri' revisionismi.

Inevitabile riscontrare una vena patetica nell e parole delportavoce degli indiani nordamericani, incapace o impotente, di far passare nei media i sottili ma necessari distinguo che il caso richiedeva. Ground zero non è affare indigeno, ma tutto yankee. Perché solidarizzare con i carnefici?
Non mi risulta che che gli indigeni praticassero o amassero le moderne pratiche 'democratiche', dei loro carnefici, ma anzi seguivano i loro grandi Capi, come appunto Geronimo - con assoluta fedeltà di guerrieri, e ancora oggi sono circondati da un'aura di prestigio, forza carismatica, simboli di orgoglio e fierezza, come quando erano in vita, per l'intera nazione dei popoli nativi. Jihad, guerra santa; e mujahidin, guerrieri e non soldati (al soldo).

Un filo comune unisce tuttavia, nel marasma babelico delle comunicazioni, i due personaggi ed è appunto la loro virtualità mediatica. In entrambi i casi, inaccostabili per più aspetti, si dimostra che i grandi manipolatori della comunicazione di massa, stanziati nel nordamerica, sono ancora più che mai attivi ed operosi.

mercoledì 4 maggio 2011

Potere senza autorità e Autorità senza potere.

Sarà un Papa o un Impertore?


Avevo tra le mani un testo di un mistico medievale musulmano.
Mi colpì il fatto che nell'introduzione pregasse Dio, affinché non fosse ritenuto l'autore 'vero' del libro, contrariamente a quanto accade oggi che agli 'autori', con rarissime eccezioni, viene data addirittura garanzia e copertura legale a tutela dei famosi 'diritti d'autore'.


Un simile analogo pudore a riconoscersi come gli effettivi autori di una certa opera, si ritrova, sotto varie forme, nell'escamotage da parecchi autori, anche molto noti, ad attribuire la loro fatica ad un fittizio manoscritto antico, o ad un sogno o a visioni ed apparizioni. Abbiamo già avuto occasione di parlare di ciò.
In alcuni casi, potrebbe trattarsi non di pudore, ma di falsa modestia. In altri, legati maggiormente a preoccuazioni di autenticità derivante dalla precisa convinzione che la verità metafisica non possa e non debba subire alterazioni e deviazioni soggettive o individualistiche, poichè ciò evidentemente ne minerebbe il carattere di sacralità, a legittime attenzioni ad una dottrina politica, che non può non apparire desueta e vetusta agli occhi infatuati della mntalità moderna. Che ne sarebbe di certe narrazioni, autentiche o inventate consciamente, se non fossero attribuite a visioni o a sogni?
Sarebbero trattate alla stregua di invenzioni arbitrarie, se non folli elucubrazioni. d'altro canto, non è che si possa aderire a qualsiasi 'autorità' che si proponga in un campo spirituale, giacchè molteplici 'errori dello spiritismo' infestano
Sono poco interessato in fondo, a derimere le questioni di veridicità storica. Ma non si può non essere in qualche modo incuriositi da questo cambiamento di mentalità i cui estremi si collocano tra la ricerca dell'anonimato (o altra attribuzione del merito) e la sua rivendicazione, dimostrato attraverso una genesi, un processo creativo, tutelato per legge, quasi l'opera del genio, come si dice, potesse venir scippata e diffusa sotto mentite spoglie. Non è solo una questione di meri interessi economici, né forse anche di fama e gloria personali. Cerchiamo di andare oltre.


Le diverse e opposte preoccupazioni degli autori sembrano riferirsi a princìpi diversi. La trascendenza e l'individualismo, che si rifà all'immanenza.
L'idea di autore è indissolubilmente legata a quella di auctoritas, ed in un quadro dottrinario tradizionale l'auctoritas, in fatto di testi e di libri, di scrittura e mitologia, è come se ripercoressimo una risalita dellla corrente verso la Fonte prima della Verità, il Principio Supremo, Dio. La rivelazione è garanzia di somma auctoritas. L'Autore del Tutto, di tutto ciò che ci circonda per antonomasia è un termine di paragone veramente insopportabile.
E non è questione di lana caprina, poiché un aspetto dell' 'autorità spirituale' poi si colloca in parallelo nel 'potere temporale'. Fuor di dubbio, del resto, che l'etimo evidentemente ricopre significati caratteristici della sfera politica e del potere. E non si tratta di lana caprina non si tratta, anche perché la questione è ben presente anche oggi, nel mondo moderno, che nelle forme esteriori sembra tanto diverso, ma nella sostanza, in modo più diffuso e frammentato e dislocato si ritrovano,nell'attualità. La questione non si pone più nei termini territoriali e militari di un tempo, ma vista la perdita del potere temporale della Chiesa, dopo i noti fatti 'risorgimentali'. Ma su alcuni argomenti, scuola, etica, sessualità, ad esempio, potere temporale 'laico' e autorità spirituale tradiscono l'antica rivalità.
Il sistema delle caste era tale per cui 'sacerdoti' e 'cavalieri', 'monaci' e 'nobili' questo genere di conflitti e rivalità non avrebbero dovuti originarsi, dato che la divisioni degli ambiti erano ben delimitati. Non potevano esserci, come da noi in Occidente nè 'Principi Vescovi', nè 'Papa-Re', nè Imperatori carichi di funzioni e simboli religiosi.

A Bisanzio, gli Imperatori e le consorti, godevano di una sacralità molto più integra ed il conflitto derivante dalla confusione delle caste e delle razze, meno rissosa., con effetti forse un po meno devastanti. A Ravenna , sono ritratti con l'aureola della Santità. i loro volti non sono ancora aflitti dall'individualismo moderno, cosi ci appaiono ieratici e fissati in una dimensione aptemporale. Un po' come i busti, tutti uguali o quasi, degli Imperatori-Pontefici Romani.Una qualità che trasluce nelle tradizioni liturgiche e teologiche della Chiesa Ortodossa d'Oriente, e che non ha mancato di esercitare il suo fascino su personalità occidentali, predisposti a questo ascolto, come Cristina Campo.
Nel mondo Alto-Medievale non c'erano molti libri a causa di una presunta povertà culturale, le biblioteche benedettine si sono rivelate dei 'preziosi scrigni' del sapere che hanno custoditi dei tesori solo nella succesiva prospettiva, non certo nelle intenzioni propriamente religiose proprio dello spirito benedettino. La leggenda oscurantista ha scritto una storia diversa. Al religioso interessava solo un libro, il Libro. Per questo non sarebbe servita un'intera biblioteca.
La Scolastica medievale, con la fondazione delle Università, ampliò il significato dell'auctoritas. Aristotele e altri filosofi antichi erano considerati auctores insuperati nel sapere profano. Ma il Dio di Aristotele era un 'Dio dei filosofi', vista poi con immeritato sospetto fazioso ed exoterico di 'paganesimo'. E successivamente ancora, Galileo - anti-aristotelico per eccellenza dirà, convinto, che il suo Libro è quello della Natura. Una teologia scientifica che, oltre a celebrarlo come un martire della nuova fede, aprirà la strada a quel percorso positivistico della scienza, condurrà l'Occidente ed il mondo globalizzato al 'disincanto' disperato della modernità. Da 'Segno' manifesto della Creazione ad auctoritas, la Natura si appresta a fornire risposte che non può fornire. E il sapere che Essa insegna le si rivolge contro.
Nella più totale confusione, il Papa Paolo VI, colto ma vacillante su punti decisivi, affermerà che la perdita del 'potere temporale' della Chiesa è il dono dello Spirito Santo, che l'ha purificata dalle preoccupazioni mondane per meglio dedicarsi alla sua missione spirituale. Peccato che l' 'autorità spirituale', nel frattempo era totalmente scomparsa, tra divisioni, scandali ed errori pastorali e teologici, nonostante gli ingannevoli spettacoli mass-mediatici di una Chiesa che, per un giorno, raduna folle oceaniche che, per il resto dell'anno, si dileguano a far funzionare la secolarizzazione globale, la macchina infernale che alla fede al massimo concede risicati spazi di bonismo melenso e assistenza sociale. Spazi che nulla, a ben guardare, nulla, hanno a vedere con la dimensione 'oltremondana', la vetta cui tende ad assicurarci le certezze del 'Regno di Dio che sta dentro di noi'. Se ne sarà accorto?
Nell'Occidente, democratico e nichilista, (relativamente ancora) ricco e 'disincantato', votato al suicidio e alla distruzione, in cui trascinerà il resto del mondo, il Centro non può che essere celato alla luce mondana, occultato, ritirato, come i mitici Re dormienti, in attesa del risveglio, della Nuova Era, il Krita Yuga, l'Età dell'Oro, di cui ci parla anche Esiodo.

Spesso usiamo l'invocazione e l'auspicio alla 'coagulazione' delle energie spirituali disperse. Aggiungiamo ora, dietro suggermento dell'auctores medievale Ibn Arabì, Signore facci degni "eredi e 'coltivatori' in vista della vita futura". Intesa non come 'al di là', ma come 'Vita Nova'.

Mi sembra di percepire nel termine 'coltivatore' molte delle valenze metaforiche che andiamo sperimentando qui nella nostra vita sui monti del Tracciolino. Noi, 'coltivatori' del Tracciolino dello Spirito!





rif.: René Guénon, "Autorità spirituale e Potere temporale", Luni editore, 2005.

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