domenica 28 novembre 2010

La montagna, come una sposa vestita di bianco.

Questa mattina così si presentava il nostro eremo-marga del Tracciolino. Un risveglio particolare. La neve durante la notte, e il mattino, ha continuato a cadere. Fiocchi freddi, minuti, destinati a rimanere, gelati sul terrreno.


Alessandro parla nel suo intervento, più poetico del mio, della Dama Bianca. Preferisco l'immagine della sposa in bianco. Un vestito immacolato, simbolo della purezza dovrebbe serbare gelosamente come supremo dono e sacrifico al suo amante per la vita. A quelli della mia generaazione la Dama Bianca ricorda irrimediabilmente la storia privata del Campionissimo e le polemiche di un'Italia, che uscita dalla guerra persa non sapeva ancora bene in che storia buttarsi per il suo futuro. Alla fine sceglierà la svendita antropologica di una nazione. Dopo la veste bianca indossera altri colori, altri vestiti, mai uguale a se stessa, la montagna ha una parola per tutti coloro che mano un po di silenzio e un po di riflesssione interiore, poi i più qualificati verrano scelti e rapiti, e quella sposa non lo lascerà più andare. "Di dì in dì l'amò più forte", così l'abbraccio di Madonna Povertà al suo amante Francesco nelle parole di Dante.
Il comignolo fuma, la casa è calda, accogliente e protettiva come il grembo di una madre.
E' solo un anticipo. L'inverno presenta le sue credenziali.

Per Vrill, è la prima neve. Sembra perplessa e un po' stupita. La sua pelliccia la protegge e le consente un sicuro divertimento sul vestito della Sposa. Pare che il Tracciolino eserciti anche su di lei il suo fascino. Mi invita a seguirne il percorso. Sicchè stamattina non siamo stati capaci di resistere una passeggiata nel bianco silenzio ovattato. Fanno pensare ai colori del perdono e della riconciliazione, alla bontà e alla catarsi di cui l'uomo è sempre assetato.
Seguo l'invito di Vrill e lo seguo. Abbiamo percorso il Tracciolino trasfigurato, sembravo un cammino nuovo, e mai prima percorso. Vero e falso insieme. Le certtezze si declinano e sembrano svanire nella più totale indifferenza. Il mondo e le sue logiche ha deposto le armi, l'assedio razionalista si è preso una pausa.
Di ritorno. Le capre si fanno sentire. Un po' deluse perchè non possono uscire, come facevano di solito. Salgo con un borsone al fienile, che nel frattempo è stato eletto da Vrill e a suo caldo rifugio notturno. Faccio un carico di fieno. Lo porto alle capre, mostrano di gradire.


Qui il contrasto non può essere più forte: bianco e immacolato fuori, scuro, umido e ricco ddei profumi necessari nella stalla. E la mente corre al ricordo estivo, quando abbiamo tagliato il fieno con Gigi, e l'abbiamo fatto essicare, il sole ha distillato tutte le esssenze dei fiori e delle erbe, ed inebriati lo abbiamo ammassato nel fienile. Ora lo si riscopre, biondo come l'oro, luminoso come la luce, profumato come incensi d'Oriente. Caldo e umido l'interno, freddo ma stimolante e attraente l'esterno. Un interno-esterno primordiale, quasi impossibile tradurre in parole. La stalla mi appare come qualcosa di ben più di un ricovero, una calda e umida cavità uterina. Dove persino gli odori sono orgnici, autentici, umorali.
Venite a toccare, a sentire i suoni dei campanazzi, e i silenzi esterni, a odorare, a patire il freddo, e a toccare il caldo della bestia. Siete invitati. Non tutto si può dire perchè non tutto è dicibile, bisogna viverlo. Un mondo frivolo e suerficiale deve morire dentro di noi, affinchè il nuovo (ri)nasca...



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